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Dopo l’adozione del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale (PPTR), oltre alle tante lodi ricevute, si sono immediatamente scatenate le critiche dai fronti di quelle amministrazioni, fra cui come è noto vi sono quelle di Monopoli e Fasano, che non condividerebbero le azioni del piano sullo sviluppo dei territori poiché imporrebbe “troppi vincoli”.

La stessa Barbanente, Vice-presidente ed Assessore al Territorio della Regione Puglia, nonché docente di urbanistica ed uno dei massimi esponenti nazionali del dibattito contemporaneo sui temi legati al territorio, al paesaggio, alla pianificazione urbanistica in generale, si era immediatamente sentita in dovere di spiegare la prima natura del PPTR. Innanzitutto prendendo atto che purtroppo questa è “l’atavica resistenza al cambiamento che alimenta l’abitudine a pensare ai Piani paesaggistici in termini di vincoli” e subito dopo sottolineando che invece “un Piano Paesaggistico è prima di ogni cosa un atteggiamento culturale”. Inoltre cerca di spiegare, a chi ancora non ha avuto modo di “studiare” il PPTR, che è vero che uno strumento sovraordinato deve tener conto degli strumenti urbanistici locali già approvati, ed infatti non è vero che non ne tiene conto ma anzi ne facilita il funzionamento poiché questi piani “sono lo strumento per perseguire azioni programmatiche di riqualificazione urbana, di integrazione tra paesaggio e insediamenti, di miglioramento della qualità edilizia stessa.”

Il Piano Paesaggistico pugliese, adeguato al Codice dei Beni culturali e del Paesaggio stabilisce un principio, in qualche modo rivoluzionario: “I piani regolatori comunali, adeguati al Piano Paesaggistico regionale – che a sua volta è elaborato in conformità al Codice dei beni culturali – godono di semplificazioni amministrative”. Ed ancora, “tutela e valorizzazione vissute non più come ostacolo, vincolo e impedimento, ma praticate e vissute invece come valore aggiunto rispetto alla quotidianità delle attività ordinarie”. Dobbiamo, tutti insieme, a cominciare dai nostri amministratori, imparare a comprendere pienamente questo valore intrinseco che aiuta, che educa, che promuove una svolta culturale attraverso strumenti di trasformazione, valorizzazione del territorio, “per uscire dalle secche e dalle derive di processi di omologazione degli sviluppi urbanistici e territoriali, che da tempo fanno di tutto il mondo lo stesso paese”.

Vorrei inoltre sottolineare che, uno degli obbiettivi fondamentali di questa associazione (Terra d’Eganzia, ndr), nell’affermare il diritto/dovere alla città ed al territorio, si realizza anche attraverso la “Mobilità lenta, per rendere più accessibile i territori. Rapporto città/campagna, per riqualificare periferie e contorni urbani. 100 ha. al giorno di consumo o sciupio del suolo agricolo non sono evidentemente sostenibili. Riqualificazione anche delle fasce costiere e interventi efficaci per arginarne le erosioni. Recupero delle ‘sapienze’ locali, quelle che razionalizzavano spontaneamente l’invasività degli interventi”…..

Sembra quasi, ma è chiaramente una simpatica provocazione, che queste parole siano state prese dal nostro programma e per questo l’associazione Terra d’Egnazia ha messo già in campo, con tutti i mezzi a sua disposizione, un azione di promozione ed “educazione” ai temi qui citati ed il 1° Camp del 21 e 22 settembre scorso è stato il nostro primo passo in questa direzione.

(G.G.)