Tag

1

“…diffusion is too kind of word. … In bursting its bounds, the city actually sprawled and made the countryside ugly, uneconomic and of doubtful social value…” (Earle S. Draper, 1937)

Intervento di Fabrizio Bottini al 1° Camp Terra d’Egnazia 21 sett 2013                editing per il web di Antonello Martinez Gianfreda

Versione semplificata e abbreviata del capitolo introduttivo a                               “La Città Conquistatrice. Un secolo di idee per l’urbanizzazione”.                                ed. Corte del Fontego, Venezia 2012.  di Fabrizio Bottini

(III Parte)

Sistematicamente scomposta nei suoi elementi costitutivi, la grande città moderna è anche più gestibile con gli strumenti del progetto architettonico a scala urbana, ed entra qui in campo il ruolo più noto del ‘900, la figura dell’architetto-urbanista (purtroppo spesso confusa con l’esperto di città e territorio tout court), nella prospettiva culturale così come nella realtà professionale e nell’immaginario collettivo. Non aveva certo sempre occupato un ruolo centrale, se si pensa al lungo primato degli igienisti, o a figure particolari come i riformatori sociali, gli esponenti di discipline scientifiche o umane. In Italia quando si comincia a parlare di piani di grande dimensione, la prima proposta di studi per formare un urbanista è lontanissima dalla figura dell’architetto.

La Scuola di Alti Studi Municipali (1926). scompone le materie per la gestione e progettazione urbana in una decina di ambiti diversi, sociali, tecnico-edilizi, amministrativi, ambientali, unificati dalle scelte politiche. Vincerà però, forse anche davanti alla smisurata difficoltà dei problemi da affrontare, l’architetto-urbanista dotato soprattutto di intuizione, capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo senza perdere di vista la realtà. Tutto grazie anche all’idea di quartiere, interpretata dal progetto in infinite varianti.

Nell’articolo intitolato Questioni Urbanistiche, Gustavo Giovannoni nel 1928 dà per scontato e ovvio il primato dell’architettura nell’idea di città e territorio. Parte dalla dimensione territoriale regionale, spazio dilatato oltre le estreme frange periferiche. Un ambito che può essere anche rurale, punteggiato di edifici sparsi, e attraversato solo da strade e ferrovie. Anche la città è ritagliata nello stesso modo, da strade e binari, che definiscono i quartieri. Quelli vecchi e quelli nuovi, i primi da conservare, oppure adattare, secondo un adagio caro all’Autore, alla vita moderna, con la tecnica cosiddetta del diradamento edilizio. Nel periodo tra le due guerre, in Italia e non solo, trionferà questo genere di approccio architettonico-progettuale, in cui è protagonista il dialogo spazi definiti, che mette in secondo molti degli aspetti cruciali del territorio. Le utopie si svuotano di molti contenuti sociali per incarnarsi nei profetici estremi di certi schizzi di Le Corbusier, o alla più compiuta ma non meno iperbolica Broadacre di Frank Lloyd Wright, dove la città scompare del tutto, sostituita da una specie di autostrada pigliatutto, e naturalmente ad elevata qualità architettonica.

L’ideologia dell’anticittà comporta una implicita superiorità dell’ambiente rurale, luogo di innocenza e saldi valori contro la corruzione della metropoli, dove all’abbondanza di spazi verdi figli si aggiunge la supposta maggiore solidità del nucleo familiare. Fisicamente, si tratta di spazi molto semplici, predomina la casetta unifamiliare isolata nel suo lotto e, attorno, le strutture viarie minime per metterla in rapporto col resto del mondo. Immagine idilliaca ma falsa, come iniziano a verificare alcuni osservatori più attenti al quadro territoriale che alla qualità architettonica di singole componenti.

I gruppi per la tutela del paesaggio rurale, già negli anni ‘20 notavano un rapporto squilibrato fra l’urbanizzazione cosiddetta a nastro sulle grandi arterie di comunicazione, poco più profonda del lotto edificabile, e il degrado del territorio. In Nord America, si è già nella prima fase di automobilismo di massa, ben riassunta dai cortei di vecchi camioncini carichi di famiglie contadine descritti da John Steinbeck nel suo Furore!  Tocca alla sensibilità Earle Draper, responsabile per la pianificazione territoriale della Tennessee Valley Authority, pronunciare pubblicamente per la prima volta la parolaccia, nel 1938, scusandosi doverosamente per la volgarità: Sprawl. La moltiplicazione delle casette unifamiliari e dei piccoli edifici di servizio, ormai raggiungibili facilmente col mezzo di trasporto individuale, sta inesorabilmente trasformando le campagne in una triste caricatura della città. E in gioco non c’è solo un pur importantissimo fattore estetico e identitario, ma un dissennato consumo di risorse non rinnovabili.

Nel secondo dopoguerra il rinnovato interesse per i temi della città, dipende dall’emergenza della ricostruzione edilizia dei centri danneggiati dagli eventi bellici, ma anche dalle prospettive di crescita economica nel segno dell’industrializzazione, della crescita dei consumi di massa, della motorizzazione privata. La nuova parola d’ordine è “decentramento”, ovvero invasione pianificata delle campagne da parte della città. Molti studiosi dell’epoca sottolineano in questo il peso (la cosa in effetti era a portata di mano già nel periodo successivo alla prima guerra mondiale) degli effetti devastanti dei bombardamenti aerei, e lo choc collettivo per le atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Si delineano gli scenari della futura guerra fredda, e tradurre in pratica i principi della cosiddetta urbanistica antiaerea ora non pare più esagerato.

Gli istituti superiori cominciano ad attrezzarsi per i grandi progetti, per inserire nei curricula materie un tempo lasciate alla pura sensibilità individuale (come le scienze sociali), e finalmente per aprire la specializzazione in urbanistica ai diplomi in ambiti diversi da quelli dell’architettura e dell’ingegneria civile. Un mondo che considera la gestione urbana e del territorio integrata ai sistemi di welfare, richiede approcci complessi e partecipativi, a partire dalla questione di genere. Perché abbiamo bellissime cucine e pessime città, si chiede un sociologo britannico? E risponde: perché c’è troppa poca sensibilità femminile applicata all’urbanistica. Più in generale, si potrebbe dire, c’è troppa poca formazione in certi aspetti dell’osservazione sperimentale ed empirica, e poco uso degli eventuali risultati di queste ricerche.

2

Da qui partono almeno due percorsi fondamentali per gli anni a venire. Quello di Jane Jacobs che pubblica per la prima volta un saggio maturo sul tema del rapporto fra complessità urbana e trasformazione urbanistica, che sarà alla base de La vita e la morte delle grandi città; e quello di William H. Whyte che sperimenta tecniche scientifiche di analisi della vita di strada e dei suoi rapporti con le norme edilizie e sul traffico. A lui devono moltissimo anche studiosi successivi molto più noti, a partire dal danese Jan Gehl e altri. Irrompe il cittadino in quanto tale, a sostituirsi alla logica astratta degli specialisti che era subentrata per tutto l’arco centrale del ‘900.

Nel secondo dopoguerra molte grandi metropoli diventando anche (meritatamente o no) simbolo di emarginazione e degrado. Chi può permetterselo, opta per la fuga dalla città fai-da-te, o nel caso americano approfitta della grande offerta speciale del dopoguerra: prestiti e mutui agevolati per l’acquisto di casa e beni di consumo durevole, grandi investimenti stradali, enormi quartieri suburbani di iniziativa privata. Il suburbio americano (in qualche modo poi imitato in tutte le parti del mondo negli anni successivi) è una frattura col pensiero urbanistico. Si lega invece alle forme più estreme e individualiste dell’approccio degli architetti, dalla citata Broadacre di Wright al meno noto modello lineare della Roadtown di Edgar Chambless, che già in epoca ferroviaria voleva “come Mosè” indicare al suo popolo la via per la nuova frontiera, portandosi appresso il guscio della casa, e lasciando la città al suo destino. Anche un altro americano all’alba del XX secolo si era detto dello stesso parere. Per la città moderna c’era una unica soluzione possibile: scomparire. Si chiamava Henry Ford.

3

The modern city has been prodigal, it is today bankrupt, and tomorrow it will cease to be” (Henry Ford, My life and work, 1922)

Per tutte le generazioni dal secondo dopoguerra a oggi l’idea di città conquistatrice, ovvero di uno stile di vita urbano tendenzialmente universale e pervasivo, si applica in realtà indifferentemente alla triade di ambiti che si è provato a distinguere in questa nota. Quello urbano propriamente detto, dallo spazio storico alla periferia; quello rurale, dove alla qualità di insediamento sparso si affianca in tutto o in buona parte il riferimento sociale ed economico ad attività locali legate al territorio; buon ultimo, ma ovviamente non in ordine di importanza, la dispersione suburbana ed esurbana, che mescola confusamente elementi fisici e sociali costitutivi della città, della campagna, a volte anche della natura incontaminata, spesso proponendone una incomprensibile mescolanza. A volte incomprensibile anche per chi ci abita, sempre insostenibile per il resto del mondo, quando induce spreco di risorse, esasperazione dei consumi individuali, mortificazione delle relazioni sociali rarefatte sino all’isolamento della famiglia nucleare.

C’è molto da riflettere, insomma, sul tema dell’identità urbana, e del suo rapporto con l’ambiente fisico, oltre che con l’immaginario collettivo.

Fabrizio Bottini

Pubblicità