Il documento redatto dal Coordinamento di Associazioni e Movimenti

rigenerazione

Lo spot della Regione Puglia sulla Rigenerazione Urbana

 

  • Di cosa parliamo quando parliamo di rigenerazione urbana 

La rigenerazione, se è ben governata e se passa attraverso reali percorsi di partecipazione dei cittadini – come la Regione Puglia rende obbligatorio – può davvero rappresentare l’elemento che consente alle città di ripensare a se stesse insieme a tutti coloro che le popolano, le abitano, le vivono e vi lavorano.

La rigenerazione diventa quindi una reale opportunità per riparare ai danni del passato, per immaginare il futuro salvaguardando il patrimonio storico, culturale e ambientale, per creare lavoro e avanzamento sociale.


Naturalmente, come sottolineava la professoressa Barbanente nel passo citato in precedenza, avere a disposizione degli importanti strumenti di legge non è di per sé sufficiente:

occorre volerli adoperare per il bene comune ed è necessario che le amministrazioni locali e i cittadini si impegnino seriamente per intraprendere questi percorsi.

E’ quindi condizione essenziale che tra operatori, professionisti, cittadini e rappresentanti politici si sviluppi seriamente una vera cultura della città.

Ancora una volta torniamo al tema della partecipazione:se, come abbiamo visto, la partecipazione è un’esigenza largamente sentita, che traspare dalla trama della Costituzione e viene sancita in modo ancor più visibile dall’articolo 118 del riformato Titolo V, diviene ora elemento imprescindibile fissato dalla normativa regionale.

Nel sintetico documento che accompagna il breve video istituzionale della Regione Puglia :

“(…) La legge e i programmi regionali pongono enfasi su alcuni requisiti che devono caratterizzare i processi di rigenerazione ai fini dell’efficacia degli stessi:

la partecipazione sociale, perché gli abitanti, in quanto profondi conoscitori dei propri ambienti di vita, di lavoro e di ricreazione, svolgano un ruolo attivo nella loro rigenerazione, valorizzando le qualità peculiari dei luoghi, contribuendo con le proprie competenze alla redazione dei progetti e poi prendendosi cura degli spazi riqualificati (…)”


Il tema della rigenerazione urbana e le sue opportunità sono ben sintetizzati dal succitato documento che recita:


Il concetto di rigenerazione è legato a strategie messe a punto dai governi locali per affrontare le situazioni di crisi della città contemporanea mediante interventi non solo di riqualificazione fisica (urbanistica ed edilizia) ma anche di rinascita culturale, sviluppo economico e inclusione sociale. In Puglia il governo regionale si è fatto promotore di iniziative volte a sollecitare gli enti locali a definire queste strategie, ritenendole presupposti essenziali per ripensare lo sviluppo in chiave sostenibile e durevole. La carica innovativa di questo approccio risiede, sul versante dell’urbanistica, nella volontà di creare una netta discontinuità rispetto a decenni di esclusivo interesse per l’espansione delle città, di progetti elaborati nel chiuso degli studi professionali e calati dall’alto in contesti noti solo superficialmente, di una pianificazione quantitativa e astratta, incapace di dare risposta a concreti bisogni e domande sociali; sul versante delle politiche di sviluppo, l’elemento più innovativo consiste nella centralità attribuita al territorio, inteso nel suo intreccio di risorse materiali e immateriali, che comprende anche la sfera sociale e culturale e le capacità dei soggetti di attivarsi e autorganizzarsi per la sua messa in valore.

Gli strumenti approvati dalla Regione per promuovere quest’idea di rigenerazione e per affermarne l’approccio e i contenuti a livello locale sono tanti e fra loro complementari: normativi, d’indirizzo, finanziari (…)”.

E ancora:

“(…) Obiettivo della Regione è trasformare la riqualificazione urbana da evento straordinario ad attività ordinaria, da azione occasionale a pratica diffusa a livello locale, da intervento episodico a visione strategica per la rigenerazione di parti di città e sistemi urbani (…)

Altri requisiti necessari, oltre alla partecipazione dei cittadini devono essere:

“(…)  l’integrazione degli interventi non solo fra operatori pubblici e privati, fra destinazioni residenziali, terziarie e di servizio, fra classi sociali, per favorire la mescolanza di funzioni e popolazioni urbane, ma anche fra dimensione fisica, sociale ed economica, per rompere il circolo vizioso fra degrado fisico e disagio sociale;

il risanamento ambientale mediante l’adozione di criteri di sostenibilità ambientale e risparmio energetico nella esecuzione delle opere edilizie, la previsione di infrastrutture ecologiche, il recupero di aree permeabili (…)

Come dice ancora la professoressa Barbanente (da “Speciale Urbanpromo”, allegato a “Giornale dell’Architettura”, inverno 2013): “(…) Le ragioni della rigenerazione sono diverse: dalla necessità di riqualificare parti di città che versano in condizioni di degrado e abbandono, al dovere di restituire un ambiente di vita dignitoso a famiglie che abitano in periferie recenti prive di infrastrutture e servizi, alla necessità di arrestare un dissennato consumo di suolo che, oltre che sottrarre una risorsa collettiva irriproducibile e produrre elevatissimi costi sociali ed economici per la collettività, non è stata in grado di dare adeguata risposta al disagio abitativo (…)”.

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A tali parole si collegano perfettamente quelle del Prof. Alberto Magnaghi, l’esimio urbanista, responsabile scientifico del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale, il primo tentativo in Italia di dare una risposta complessiva e organica ai temi della tutela del patrimonio territoriale e del suo sviluppo sostenibile:

In Puglia ho trovato un grande consumo di suolo e anche una enorme occupazione edilizia, con molto abusivismo sulle coste, e con periferie caratterizzate da bassa qualità costruttiva e disordine urbanistico. A questa visione si oppone, tuttavia, un patrimonio paesaggistico straordinario che rischia di essere trattato molto male, in nome di un’idea di sviluppo distorta che può magari dare benefici economici nell’immediato, ma annientare completamente le ricchezze del territorio.Si prenda il caso delle coste: finora le linee di intervento, sia abusive che legali, sono state quelle dell’occupazione attraverso infrastrutture – case, alberghi e villaggi – inseguendo una linea di tendenza che potrebbe trasformare dune, spiagge e scogliere in una sola colata di cemento. Il Piano, invece, tende a dare valore paesaggistico, ambientale e culturale alle città storiche sul mare e agli aspetti naturalistici, pure di un’ampia fascia dell’entroterra. Se vogliamo dire quali sono gli elementi caratterizzanti del Piano paesaggistico c’è da sottolineare che attraverso l’adozione di questo strumento la Puglia è la prima regione a licenziarlo in accordo con le regole del ministero per i Beni culturali e, per la prima volta, riguarda l’intero territorio regionale e questo prefigura pure un intervento attivo di valorizzazione e riqualificazione di paesaggi degradati, dalle periferie urbane alle zone industriali” (dall’intervista rilasciata a “La Repubblica Bari”, 20 settembre 2013).


 

  • Due grandi assenti quando si discute di interventi urbani: il consumo di suolo e il dissesto idrogeologico

Nelle loro dichiarazioni precedentemente riportate, sia Barbanente che Magnaghi, molto opportunamente, pongono l’accento sul grande, dissennato consumo di suolo, a cui è indispensabile porre un argine.

Questo non è un problema denunciato solo da alcuni gruppi ambientalisti “fondamentalisti”, ma un allarme che proviene ormai da molteplici e autorevoli voci. E’ un argomento che colpevolmente viene del tutto tralasciato quando si discute di interventi di trasformazione delle nostre città, sebbene la cronaca ce lo ricordi con cadenza settimanale, se non quotidiana.

Il livello di impermeabilizzazione del suolo, derivante da uno smodato consumo che non accenna a rallentare malgrado la crisi del settore edile, fa sì che bastino poche ore di pioggia per creare danni ingentissimi. Ultimo disastro, proprio delle scorse ore, a Senigallia, in una zona costiera che presenta caratteristiche molto simili a quelle del nostro territorio urbano e costiero.

I dati forniti dall’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale del Ministero dell’Ambiente sono a dir poco impressionanti così come lo sono i numeri e le immagini di #dissestoitalia, la prima grande inchiesta multimediale sul dissesto idrogeologico (chi lo desidera lo trova nell’approfondimento di seguito).

Ormai non si contano più le voci autorevoli che ci ripetono come sia necessario intervenire subito, tanto con la messa in sicurezza quanto con la prevenzione: il che significa non aumentare, bensì ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, cioè il cemento, legale o abusivo.

Tra gli altri vale la pena di ricordare Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile.

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Secondo quanto riferisce l’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, sono stati ricoperti, negli ultimi 3 anni, altri 720 km2, 0,3 punti percentuali in più rispetto al 2009, un’area pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 km2 del 2009 ai quasi 22.000 km2 del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio, procedendo ad una velocità di consumo di 8 metri quadri al secondo. La trasformazione del suolo agricolo in cemento non produce impatti solo sui cambiamenti climatici, ma anche sull’acqua e sulla capacità di produzione agricola. In questi 3 anni, tenendo presente che un suolo pienamente funzionante immagazzina acqua fino a 3.750 tonnellate per ettaro – circa 400 mm di precipitazioni – per via della conseguente impermeabilizzazione abbiamo perso una capacità di ritenzione pari a 270 milioni di tonnellate d’acqua che, non potendo infiltrarsi nel terreno, deve essere gestita. In base ad uno studio del Central Europe Programme, secondo il quale un ettaro di suolo consumato comporta una spesa di 6.500 euro (solo per la parte relativa al mantenimento e la pulizia di canali e fognature), il costo della gestione dell’acqua non infiltrata in Italia dal 2009 al 2012, è stato stimato intorno ai 500 milioni di Euro. Ancora, il consumo di suolo produce forti impatti anche sull’agricoltura e quindi sull’alimentazione.

Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile, ha tentato di scuotere opinione pubblica, politici e amministratori con il suorichiamo, che ci pare ancora inascoltato (intervista rilasciata a Matteo Guidelli, Ansa, 10 febbraio 2014):
Se il paese scegliesse di non fare nuove cose, ma di mettere in sicurezza quelle che ci sono, salvaguarderebbe quel patrimonio unico al mondo che sono il nostro territorio, le nostre comunità, i nostri abitanti e che, invece, in questa condizione di generale abbandono è messo in pericolo” e aggiunge: “Credo sia molto difficile riuscire in un paese diviso come il nostro, dove ognuno guarda al proprio particolare, ma dobbiamo provarci. Anche perché – risponde – abbiamo un grosso problema: abbiamo fatto in passato un uso smisurato del suolo e ora ne paghiamo le conseguenze. Si è costruito laddove non si doveva costruire e lo Stato, in molte occasioni, per far cassa ha condonato…Il problema dei problemi è proprio questo: noi parliamo e ci parliamo addosso. Queste cose le ho dette decine di volte e dunque o sono ripetitivo fino alla noia, oppure alle cose non si è dato seguito”.

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E l’allarme di Gabrielli non è certo eccessivo se stiamo semplicemente ai numeri:

anche secondo i dati raccolti in #dissestoitalia, la prima grande inchiesta multimediale sul dissesto idrogeologico, frane e alluvioni in Italia continuano ad aumentare: da poco più di 100 eventi l’anno tra il 2002 e il 2006 siamo gradualmente arrivati ai 351 del 2013 e ai 110 solo nei primi venti giorni del 2014 (data dell’ultima rilevazione). Negli ultimi 12 anni hanno perso la vita 328 persone. Nel gennaio 2014 in soli 23 giorni si sono registrati 110 episodi in tutto il territorio italiano. In poco più di 100 anni ce ne sono stati 12.600.

Secondo la Coldiretti, dal 1960 ad oggi, a causa delle frane e delle alluvioni, in Italia sono morte oltre 4mila persone. Fra il 1960 e il 2012, tutte le venti regioni italiane hanno subito eventi fatali. Si tratta di 541 inondazioni in 451 località di 388 comuni, che hanno causato 1.760 vittime (762 morti, 67 dispersi, 931 feriti), e 812 frane in 747 località di 536 Comuni con 5.368 vittime (3.413 morti compresi i 1.917 dell’evento del Vajont del 1963, 14 dispersi, 1.941 feriti).

Con i cambiamenti climatici, sottolinea sempre la Coldiretti, è sempre più urgente investire nella prevenzione. Eppure negli ultimi venti anni per ogni miliardo stanziato in prevenzione, spiega l’associazione, ne sono stati spesi oltre 2,5 per riparare i danni. Il ministero dell’Ambiente ha quantificato in circa 8,4 miliardi di euro i finanziamenti statali a politiche di prevenzione, mentre nello stesso periodo si sono spesi 22 miliardi di euro per riparare i danni causati da frane ed alluvioni.