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Documento redatto dal Coordinamento di Associazioni e Movimenti

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  • Un altro argomento che appare e che scompare:

– La questione ambientale e la salute pubblica

La consultazione dei documenti disponibili visionati –  previa richiesta di accesso agli atti – presso gli uffici dell’Area Organizzativa IV Urbanistica, del Comune di Monopoli, in via Isplues n. 14 -, ha permesso di constatare che in data 16/06/2013 sono stati effettuati n° 3 carotaggi, più n°1 rilevazione piezometrica nell’area a monte di Via Nazario Sauro: tali rilievi hanno prodotto risultati entro i limiti della norma.

In tempi antecedenti però, nella missiva della Provincia di Bari, Servizio Polizia provinciale, Protezione civile ed Ambiente”, prot. 0099902 del  11/06/2012, si legge che:

“(…) in data 13/10/2011 presso i competenti uffici regionali si è tenuto un incontro preliminare per la definizione di un percorso  amministrativo relativo alla soluzione delle problematiche inerenti all’area in oggetto specificata. In tale sede, si è ritenuto necessario integrare le indagini ambientali già effettuate, con ulteriori campionamenti di terreni e acque sotterranee.”

Non ci è stato possibile visionare il verbale del succitato incontro, in virtù del fatto che tale documentazione non è risultata essere presente negli atti messi a disposizione.

Riteniamo invece di grande importanza il dato relativo ai campionamenti indicati in quel verbale – riferiti al sedime dello stabilimento ex-Italcementi – in quanto senz’altro fornirebbero alla cittadinanza un dato essenziale sull’eventuale stato di inquinamento della falda.

Pertanto chiediamo che tali rilevazioni siano rese disponibili e pubbliche.

Chiediamo, inoltre, se sono state effettuate caratterizzazioni sui materiali costituenti le due ciminiere, poiché nella documentazione visionata anche questi dati non erano presenti.

Lo ribadiamo anche in questa sede ritenendo possibile che le stesse ciminiere siano state costruite con componenti a base di amianto. 1920048_222664297938480_1220620187_n

  • Ripensare al modo in cui interveniamo sul territorio

Spesso incapaci di immaginare un diverso modello di sviluppo, realmente sostenibile e biocompatibile, continuiamo ad aggredire il territorio e l’ambiente di cui facciamo parte integrante.

Seghiamo il ramo su cui siamo seduti: attori economici attratti da soluzioni facili e immediate e mirate esclusivamente al profitto, amministratori desiderosi di procurarsi visibilità e facile consenso, cittadini che non riescono ad essere lungimiranti rispetto agli effetti dei propri comportamenti.

Per calcolo, o per abitudine, troppo spesso si converge su un consumo indiscriminato di risorse senza considerare gli effetti collaterali della propria condotta. Effetti che generano crisi e immiserimento complessivo del patrimonio e dell’economia, anche nel senso delle risorse “monetizzabili”.

Il prof. Paolo Berdini, insigne urbanista e studioso, già presidente dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) lo evidenzia molto bene: “con la crisi più si costruisce e più diminuisce il valore dei beni immobiliari delle famiglie, passati in pochi anni dal 20 al 40 per cento di riduzione; viceversa, dal 1994 al 2008, si era assistito a un aumento esponenziale del valore delle case. In tal senso, l’attuazione dei piani regolatori nelle grandi città, che contemplano un incremento di cemento spaventoso, aggraveranno ulteriormente la situazione.  E, alla fine, chi ci rimetterà veramente saranno proprio le amministrazioni locali, alcune delle quali, vedi Alessandria, Catania, Roma, Torino, Parma, sono fallite o quasi per la scellerata espansione urbanistica”.

La crisi del settore edile non sarà risolta, quindi, da un nuovo consumo di suolo, che, al contrario, dissipa le risorse pubbliche e private, e la ricchezza di comunità e famiglie generando una vera e propria spirale negativa.

E, a proposito di una crisi del settore edile che si autoalimenta e che contribuisce a determinare una crisi ambientale, ad un intervistatore che gli ricordava alcuni timori dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) rispetto all’adozione del Piano Paesaggistico Territoriale Regionale, il professor Magnaghi rispondeva: “Intanto non è certo il Piano paesaggistico ad aver determinato la crisi del settore edilizio, in corso da diversi anni, quanto una dissennata furia edificatoria che ci ha riempiti di capannoni e appartamenti vuoti in periferie degradate. Ora un Piano come questo può, al contrario, avviare un patto con i costruttori perché magari siano avviati anche investimenti pubblici sulla riqualificazione e sul riuso delle periferie del degrado con abbattimenti, ricostruzioni e riutilizzi”.

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Plano volumetrico dell’area ex cementeria all’interno del tessuto urbano esistente, visto in relazione agli assi stradali principali, al borgo ottocentesco ed al borgo antico. (Elaborazione Studio Prof. Ing. Francesco Selicato)

 

Un’intesa è quindi possibile “(…) purché il settore edilizio invece di pensare alla rendita breve si attrezzi con investimenti produttivi per la qualità del costruito, la sua valenza di risparmio e produzione energetica, senza più consumare suolo agricolo. È tempo che ci si preoccupi della qualità della vita, all’interno della città“.

Al contrario di ciò che spesso hanno pensato gli operatori meno lungimiranti, la salvaguardia del territorio non va in contrasto con l’economia ma addirittura la genera e la rigenera.
Lo hanno compreso molto bene il maggiore sindacato nazionale dei lavoratori edili, la Fillea CGIL e addirittura, almeno in alcune sue componenti, l’ANCE, l’Associazione Nazionale Costruttori Edili.

Potremmo citare molti altri autorevoli interventi sul tema, ma ci sembra indispensabile ricordare qui che il maggiore sindacato nazionale dei lavoratori edili, la Fillea Cgil, nello scorso gennaio, ha ufficialmente assunto una forte posizione proprio sul tema del contenimento del consumo di suolo.

Quello che può apparire un paradosso segnala l’urgenza, anzi la drammaticità del problema.
Crediamo valga la pena riportare queste dichiarazioni di Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale Fillea:
“C’è bisogno di una nuova politica industriale delle costruzioni, in grado di dare un forte segnale di discontinuità con il passato. In gioco non c’è solo il futuro del lavoro del nostro settore, ma anche quello del nostro territorio.                        

Dice anche Danilo Barbi, segretario confederale CGIL: “Con la crisi, questo modello di sviluppo non funziona più, se è vero che, malgrado l’aumento delle cubature, le case finiscono invendute. È un modello superato, che ha creato ricchezza solo per pochi grandi proprietari e non l’ha redistribuita alla collettività, anzi, ha aumentato le diseguaglianze sociali. Ragion per cui, basta con il costruire tanto per costruire, ci vuole un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale, sull’innovazione tecnologica, sulla riqualificazione urbana, con imprese più strutturate che puntino alla qualità del prodotto e con un governo che dia un nuovo indirizzo politico in tal senso, con processi di pianificazione pubblica da parte degli enti locali che puntino sui consumi collettivi anzichè su quelli privati”.

Aggiunge Walter Schiavella, segretario generale Fillea: Dal 1994 ad oggi i comuni italiani – ha affermato Schiavella – hanno subito un progressivo esautoramento del controllo di tali interventi che sono stati pressochè liberalizzati. Pensiamo sia arrivato il momento di riportare nell’alveo di una corretta ed efficiente pianificazione urbana la definizione delle trasformazioni degli edifici e dei tessuti urbani esistenti. Il ventennio della deregulation e dei piani casa non solo non ha prodotto i risultati sperati in termini quantitativi, ma in moltissimi casi ha reso ancora più brutte e disordinate le periferie urbane. Occorre dunque rinnovare le città, costruire attraverso regole semplici, condivise ed efficaci che non permettano il perpetuarsi della logica speculativa che ha trionfato in questi anni”.

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Plano volumetrico di una simulazione progettuale sull’area ex cementeria. I volumi utilizzati in questo esempio non sono l’espressione degli indici del PUG o dei diritti edificatori trasferiti (perequazione urbanistica) ma la soluzione meno impattante sul tessuto urbano esistente. (Elaborazione Studio Prof. Ing. Francesco Selicato)

E perciò – commenta l’autore delle interviste, Roberto Greco, per Salviamo il Paesaggio – rigenerazione dei centri storici, riqualificazione delle periferie, massima espansione delle infrastrutture esistenti dedicate alla mobilità collettiva urbana, suburbana ed extraurbana, guardando anche a ciò che accade nell’Europa del nord, dove ai comuni vengono riconosciuti adeguati finanziamenti per rendere concreti gli interventi di rinnovo urbano, finalizzati alla valorizzazione degli interessi pubblici. Da noi, fino ad oggi, si è operato al contrario, tagliando i trasferimenti alle autonomie locali per contenere il deficit pubblico”.

Per tutti questi motivi ci pare molto importante quanto ci dice ancora la Regione Puglia:

“(…) I luoghi della rigenerazione sono quelli che hanno più bisogno delle nostre cure: i contesti urbani periferici e marginali interessati da carenza di attrezzature e servizi; i contesti urbani storici interessati da degrado e abbandono; edifici e spazi aperti degradati; aree ed edifici dismessi. Oggi in Puglia, grazie ai tanti interventi di rigenerazione realizzati o in corso, molti spazi pubblici, della città storica o contemporanea – strade, piazze, mercati, parchi e  waterfront – sono stati restituiti agli abitanti come luoghi di relazione e socializzazione. Essi sono importanti non solo per migliorare la qualità della vita di chi vi abita ma anche per attrarre nuove popolazioni, funzioni e attività, generando così nuove reti di risorse culturali ed economiche”

Ci pare che la Regione si stia muovendo nella direzione che auspichiamo, cercando di svolgere un ruolo trainante, indicando  strade concretamente percorribili, offrendo strumenti e opportunità che sta a tutti noi – cittadini, amministratori, professionisti, imprenditori – decidere di cogliere.

Al termine di questa disamina delle importanti questioni che abbiamo davanti a noi ritorniamo al punto dal quale siamo siamo partiti:

la sovranità popolare, che va esercitata attraverso la partecipazione democratica, per difendere il territorio, inteso – dice ancora l’illustre giurista Paolo Maddalena, ex Presidente della Corte costituzionale –  «(…) come “ambiente”, meglio si direbbe, come ha affermato la Corte costituzionale, come “biosfera”, in modo da far rientrare in questo concetto, oltre il suolo e il sottosuolo, tutto ciò che esiste sul soprassuolo, e cioè l’atmosfera, le acque, la vegetazione e le stesse opere dell’attività dell’uomo», come «(…) “bene comune unitario”, formato da  ”più beni comuni”, in “appartenenza” comune e collettiva (…)», «(…) perché popolo e territorio, insieme con la sovranità, sono “parti costitutive” della medesima “comunità politica” (…)».

editing per il web arch. Giambattista Giannoccaro

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