di Giambattista GiannoccaroINCALCINATORE

Ricordo che, da bambino, quando era alle porte la “stagione”, (era chiamato così da mio nonno il periodo che va da maggio a fine ottobre) dalle mie parti era tempo di rinfrescare a calce le pareti delle “casine” di campagna, prima di ricolonizzarle, dopo l’abbandono invernale, in quella transumanza umana che ci vedeva spostare le nostre dimore dalla città alla “villeggiatura”. Stessa pratica si svolgeva in buona parte dei borghi antichi di questa parte di Puglia messapica. Mio nonno, tutti gli anni chiamava tutti i suoi nipoti più volenterosi per partecipare a quello che era un vero e proprio rito dell’apertura della stagione estiva per andare alla casina in collina ad aiutare Jujuccio, si chiamava così l’incalcinatore che tutti gli anni, armato soltanto di secchi e pennellesse ci incantava con la sua maestria.

Ognuno aveva un compito ben preciso: chi era addetto a tirar su l’acqua dal pozzo, a mano, con un secchiello di ferro zincato legato ad una corda di canapa, bisognava riempire il grande tino; chi invece era incaricato a scaricare dalla macchina del nonno(una Simca color carta da zucchero con il mitico cagnolino di plastica e collo snodato che si muove con l’auto in movimento) quelle che per noi allora erano delle pietre magiche, per riporle nello stesso tino. La prima volta che vidi immergere quelle pietre in acqua in quel grosso tino, l’ingenuità dei miei 8 anni mi suggerì che volessero cucinarle. Chi avrebbe mai pensato che, di li a poco, dentro quella tinozza si sarebbe scatenato veramente un ribollire subito dopo averle immerse in acqua. Senza saperlo, noi bambini, stavamo partecipando alla produzione di calce, “spegnendo” quelle pietre, che in realtà erano ormai blocchi di calce viva provenienti da quelle “calcare” sparse tra le colline e la piana degli ulivi millenari della Terra d’Egnazia.

Trullo antico

La calce, ottenuta per cottura a temperatura elevata di rocce calcaree, è costituita fondamentalmente da carbonato di calcio. Deve la sua popolarità non solo al facile reperimento e autoproduzione in situ, ma anche alle sue doti di disinfettante (è alcalina), oltre che al suo color bianco latte riflettente i raggi del sole delle calure estive facendolo diventare il materiale più usato nel mediterraneo. 

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Già i Romani, ed i Fenici prima, avevano imparato ad usare la calce come materiale da costruzione, mescolata con la sabbia a formare la malta. Inizialmente adoperata nella forma di calce aerea (che indurisce solo se a contatto con aria) venne successivamente mischiata con pezzi di argilla cotta (vasellame, mattoni ecc.) oppure a pozzolana, una sabbia ricca di silice, che ne alterano le caratteristiche di resistenza, impermeabilità e soprattutto ne consentono la presa anche in ambienti non a contatto con aria (tipicamente sott’acqua), dando vita così le malte idrauliche, sebbene a base di calce aerea. Vitruvio, nella sua opera, De architectura, ne descrive la produzione a partire da pietre bianche, cotte in appositi forni dove perdono peso (oggi sappiamo in conseguenza della liberazione di anidride carbonica). Il materiale ottenuto, la calce viva, era poi  spenta gettandola in apposite vasche piene di acqua. Intervenendo su antiche case rurali della Puglia non ancora contaminate da intonaci a base cemento è ancora possibile scorgere le decine di strati di scialbo di calce sovrapposti che stratificano quelle antiche pareti, tanto che in alcuni casi è possibile poter datare, quasi puntualmente, l’età di quel paramento murario.

intonaco e paglia

La malta con cui erano legate le pietre o i tufi con cui venivano costruiti gli antichi manufatti pugliesi (Trulli, Masserie, ecc) era costituita da calce spenta (idrata) sabbia o terra, con l’aggiunta di paglia o altri vegetali, come rametti e foglie d’ulivo che completavano la finitura di protezione (intonaco) di quelle strutture. Questa tecnologia permetteva alle strutture di avere un comportamento elastico, dovuto proprio alla sua macroporosità e conseguente traspirabilità, (ciò che non permettono invece i premiscelati a base cemento in uso oggi)  con l’umidità invernale si dilatano (micro movimenti) e con la stagione estiva si restringono. Questa caratteristica restituisce alle strutture una sorprendente “personalità” data anche dalla plasticità che fa di quegli ambienti dei luoghi avvolgenti e freschi. Non un accenno di efflorescenze di muffe, non un’alone di umidità, tutto per i poteri intrinseci della calce che “disinfetta” e fa “respirare” i muri. Pratiche scioccamente dimenticate a causa della ennesima stupidità umana alla ricerca di una certa innovazione. Non possiamo più permettere che una tecnologia così interessante, ereditata dalla tradizione, maturata attraverso l’esperienza della storia, venga messa da parte a favore di tecniche e materiali più convenienti al modello di sviluppo contemporaneo. E’ anche per questo che dobbiamo rimettere in discussione il modello di sviluppo contemporaneo. Quel che produciamo non collima più con quel che più ci piace o che funziona ma con quel che più fa guadagnare, e non sono per niente certo che ci abbiamo guadagnato.

 

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