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Brevi considerazioni sul dibattito tra olivicoltura intensiva e tradizionale. Uno scontro ideologico.

Stando alle opinioni di non pochi “esperti” di olivicoltura (chi gli avrà mai dato questo attributo?), le cultivar di olivo “troppo” antiche, come quelle presenti in buona parte del territorio pugliese, non risultano essere adatte alla “competizione internazionale”.

Se non fosse chiaro, “nutrire”, perché olive e olio servono innanzitutto a nutrire, si riduce a mera competizione. Come dire che, per vivere, le società umane devono competere tra di loro piuttosto che cooperare.

Il liberismo ha snaturato il pianeta Terra, compreso il genere umano. Anzi, se proprio devo dirla tutta, il genere umano, con il liberismo, con questo liberismo in cui le regole (anche quelle sociali, costumi e mode comprese), sono demandate ai mercati, ha fatto della vita (bios), una competizione. E’ sotto gli occhi di tutti che, questo competere, nelle società più evolute ed emancipate (non si sa poi rispetto a cosa), si sostituisce alle guerre armate. La competizione si sostituisce alla guerra, la sussume. E’ così che i danni collaterali di questa nuova modalità di fare la guerra, che si combatte sul piano economico e finanziario, è in grado di spalmare e frammentare nello spazio tempo, distruzione e morte, tanto da non farle apparire come una conseguenza delle bombe. Eppure, lo smantellamento dello stato sociale, la crescente disoccupazione, l’incontenibile declino economico, non sono altro che veri e propri bollettini di guerra.

Siamo chiaramente in presenza dell’ennesimo dogma liberista, senza alcun fondamento logico, razionale, neppure ragionevole, piuttosto impositivo, arrogante, violento, come sa fare l’essere per la guerra.

Ma torniamo all’olivicoltura. Come si risolve questo problema atavico della troppo antica olivicoltura a quanto sembra non al passo con i tempi? Secondo la propaganda del regime liberista (che vede attivamente partecipi non pochi politici locali, regionali e nazionali, compresi illustri rappresentanti in seno alla UE – dovremmo chiamarli lobbisti, visto che non sono stati eletti dal popolo ma nominati dai partiti! – dirigenti, associazioni di categoria, ricercatori pubblici – pagati dallo Stato con denaro pubblico! – in pieno conflitto d’interesse, e naturalmente imprese), bisognerebbe cancellare da un giorno all’altro, proprio come fa la guerra, interi paesaggi per ridisegnarli, mettendo a repentaglio equilibri agro-ambientali già resi fragili, precari da pratiche agricole e industriali scellerate, criminali.

Il mantra è quello dell’olivicoltura super intensiva a base di varietà moderne, resistenti ai patogeni (l’avvento del batterio Xylella Fastidiosa sembra quanto mai tempestivo) e alle asperità ambientali, maggiormente produttive e remunerative, più comode da gestire, da sostituire e reimpiantare ogni vent’anni, insomma alla moda, al passo coi tempi. Siamo già in pieno regime di varietà incrociate, varietà clonali micropropagate e nel frattempo si prelude agli Ogm che però necessitano del continuo supporto della chimica, innescando un meccanismo perverso di continua dipendenza dagli agrofarmaci di sintesi e quindi dalle multinazionali. Un chiarimento in tal senso lo offre il prof. Pietro Perrino (già direttore dell’Istituto del Germoplasma CNR Bari).

“A tal proposito l’idea di sostituire le varietà suscettibili (per es. l’Ogliarola) con quelle resistenti/tolleranti (per es. il Leccino) sarebbe una follia, per il semplice motivo che nel tempo i patogeni possono specializzarsi nel mettere a punto nuovi meccanismi di attacco e quindi le varietà resistenti/tolleranti possono diventare suscettibili. E saremmo punto ed a capo. Quello che impedisce ai patogeni di diventare virulenti è proprio la biodiversità. La mole di dati esistenti in letteratura è sufficiente a confermarlo. Sulla base di questo semplice principio, l’unica arma vera contro i patogeni e la loro diffusione è la coltivazione di più varietà nello stesso campo”.

E dunque, si vorrebbe fare piazza pulita della piccola proprietà fondiaria, dell’attuale sistema olivicolo, di intere economie famigliari, di un sistema sociale e culturale che ha radici antiche, secolari, millenarie, che caratterizza le identità di interi territori e popolazioni, le quali, pur essendo antiche nell’essenza, non hanno mai disdegnato di vivere nel tempo corrente. Salvo che per coloro – e purtroppo non sono pochi – il quali in questo momento di transizione epocale, cadono come in coma, rapiti dagli inganni delle chimere liberiste, tanto da convincersi del fatto che “la guerra fa bene all’amore”.

A rischio è anche e soprattutto l’agro-biodiversità, anche in ambito olivicolo. A riguardo vale la pena di soffermarsi ancora una volta sulle parole del Prof. Pietro Perrino il quale evidenzia: “perché insistere con la monocoltura e l’agricoltura intensiva? Se il motivo è di essere più competitivi con altri Paesi, la risposta è che oggi ci troviamo in una situazione disastrosa, sotto molti punti di vista, proprio per colpa di politiche basate sulla competizione invece che sulla cooperazione e sulla qualità delle produzioni più che sulle quantità. L’umanità non ha bisogno di quantità, ma di qualità”.

Ora, se è vero che le cultivar esistenti sono più di 500, le stesse si trovano differenziate da territorio a territorio non a caso. Le antiche cultivar (perché ce ne sono di moderne?! ah già, negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare della munifica varietà “lecciana”, frutto dell’incrocio tra leccino e arbesana), hanno caratterizzato i paesaggi e quindi le culture e le economie di base. Nei secoli, nei millenni, cultivar come le frantoio pugliesi (oliarola, cellina, cima, ecc.) hanno avuto il tempo “lento” e necessario, anche sotto il profilo della genotipizzazione, di adattarsi ai diversi ambienti, sviluppando quelle caratteristiche spesso uniche che, rispetto ai luoghi e nei “tempi”, andrebbero meglio e adeguatamente qualificate, a partire dai metodi colturali (corretta conduzione dell’oliveto, raccolta, molitura, confezionamento e vendita) facendone veri e propri punti di forza. Si tratta dunque di visione e volontà, di quello che vogliamo per il nostro futuro.

Come dire: questo siamo noi, il nostro essere al di là dei tempi, con le nostre qualità e caratteristiche, e non altro. Quell’essere che per affermare la propria esistenza ed essenza, non ha bisogno di partecipare a nuovi scontri di civiltà, a nuovi massacri, allo stravolgimento dei territori, delle economie di base, delle radici, anche culturali, di combattere un nemico voluto da un’entità invisibile, di partecipare a una competizione nella quale non ci sono vincitori ma ci sono solo vinti: gli uomini, la terra, la vita (bios).

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