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Monopoli: La città che vorrei

 

In vista delle elezioni amministrative monopolitane del prossimo 27 maggio, dando seguito ed evidenza al lavoro svolto negli ultimi cinque anni insieme ad altre associazioni, Terra d’Egnazia chiede a tutte le forze politiche ed ai rispettivi candidati sindaci, di mettere al centro dei propri programmi le questioni ecologiche legate allo sviluppo economico della città.

Riteniamo che le due parole appena citate, Ecologia ed Economia, ad un primo approccio apparentemente in contrasto tra di loro, siano invece una contenuta nell’altra. Facciamo particolare riferimento al libro di Ferdinando Boero – “Economia senza natura. La grande truffa”

Se è vero infatti che la natura è arrivata prima dell’economia, è altrettanto vero che oggi il mondo è governato da economisti che si rifiutano di tener conto dell’ecologia, e che guardano con superiorità a qualsiasi soluzione amica dell’ambiente. Non capiscono però che l’economia è un corollario dell’ecologia, e che potrà continuare a esistere solo se saprà essere un’economia della, e non senza, natura. Perché quest’ultima, prima o poi, presenta il conto.

Jorge Mario Bergoglio (Papa Francesco), nella sua ultima Enciclica, “Laudato sì” afferma:

“Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale”.

Che cosa intendiamo per ambiente? Possiamo affermare che l’insieme dei luoghi frequentati abitualmente dall’individuo e dal gruppo al quale appartiene costituiscono quello che i geografi chiamano “spazio vissuto”, espressione che indica la territorialità umana, l’ecologia insediativa dell’uomo, l’ambiente di vita connotato da elementi come il senso di appartenenza, l’emotività, la storia personale e familiare, le vicende collettive della comunità.

Alla percezione dello spazio vissuto contribuiscono non solo le esperienze affrontate in prima persona, ma anche letture e narrazioni familiari che portano all’elaborazione mentale del senso del luogo.

Possiamo ragionevolmente dire che questi “spazi vissuti” sono quelle porzioni di territorio ricche di beni culturali, storici, artistici e naturalistici, che costituiscono di per sé bene paesaggistico, oggi tutelati definitivamente dal  “Codice dei beni culturali e del paesaggio”.

Paesaggi possono essere anche “visioni” o “pre-visioni” che ognuno di noi riesce ad avere o gli scenari che riesce a prefigurare, degli spazi, dei luoghi della memoria e del presente, i propri spazi appunto, quelli della quotidianità. Il loro variare dipende molto dalle nostre azioni di individui posti in una comunità che, con le sue regole, ne decreta definitivamente le trasformazioni. È questo il “paesaggio culturale” a cui dovremmo ambire e di cui dovremmo essere pervasi cercando di mediare tra le parti chiamate in causa.

 

Indispensabile, in questo contesto, è maturare e promuovere una sensibilità ambientale che aiuti amministratori e cittadini a comprendere come il nostro territorio non rappresenti solo una risorsa da “sfruttare”, ma anche e soprattutto una risorsa da preservare e tutelare, in quanto vera e duratura ricchezza; ricchezza competitiva, che possiamo strategicamente utilizzare, ora e in futuro.

 

Si tratta quindi di scegliere di essere cicala o perseguire gli insegnamenti dei nostri nonni che, come formiche, sono riusciti a preservarci l’immenso patrimonio ormai apprezzato ed invidiato in tutto il mondo.

In quest’ottica emergono tutti i temi che sono alla base di un buon governo, ovvero quelli che riguardano i beni comuni, oggi strategicamente legati ad uno sviluppo che non può più considerare l’economia slegata dalla natura; ciò che oggi sintetizziamo in quel concetto, spesso abusato e distorto, di sviluppo sostenibile:

Ambrogio Lorenzetti: La città del buon governo.

Sul consumo di suolo

Legato al patrimonio agricolo ed al paesaggio agrario fonti primarie dell’economia locale fondata su agricoltura e turismo rurale.

Azioni suggerite:

  1. sottoscrizione della proposta di legge redatta dal FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER LA TERRA E IL PAESAGGIO, per la “tutela del suolo e del paesaggio italiano”;
  2. adozione di un documento programmatico che incentivi la rigenerazione urbana per le nuove costruzioni, ponendosi come obbiettivo il consumo di suolo zero;
  3. promozione di un parco agrario, attraverso l’adozione della bandiera della pace dell’UNESCO strumentale per la difesa e la protezione dei tesori artistici e culturali in tutte le nazioni, da istituire nei territori rurali storici della Piana degli ulivi monumentali già inseriti nel paesaggio rurale storico d’Italia e premiati dal Ministero delle Politiche Agricole, Agroalimentari e Forestali.
    Tale misura diventa per noi strategica e propedeutica per ambire  alla candidatura della Piana degli Ulivi a patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che aggiungerebbe valore alla nostra enogastronomia con la creazione di un marchio di qualità dei prodotti della terra e del mare.

Conosciuto come il “ Patto e la Bandiera della Pace, fu ideata e disegnata da Nicholas Roerich il quale, deplorando la distruzione delle ricchezze artistiche nella prima guerra mondiale, concepì un trattato internazionale per la difesa e la protezione dei tesori artistici e culturali in tutte le nazioni, anticipando lo statuto e la protezione dell’arte e della natura dell’UNESCO, di circa 70 anni.

 

Sulla tutela del Borgo Antico

Con l’avvento del turismo di massa, il borgo antico si sta trasformando e tipizzando in alberghi diffusi, B&B, case vacanza e attività commerciali legate al turismo. Tutto ciò sta avvenendo senza alcuna programmazione  ma soprattutto non tenendo conto delle esigenze dei residenti. Il successo del Borgo Antico è da rintracciare proprio nel suo valore storico/sociale/architettonico fatto di abitanti, le “genti vive” che lo abitano, in quel mix eterogeneo di gruppi socialmente differenti all’interno della stessa area urbana sintetizzato nel concetto di mixitè.

Azioni suggerite:

  1. facendo riferimento alle politiche di rigenerazione integrata, volte a promuovere l’integrazione e la mescolanza sociale, crediamo sia di fondamentale importanza attivare politiche che favoriscano la mixitè, promuovendo la coesione sociale, la lotta alla segregazione e alla dispersione sociale e restituendo alla città gli spazi pubblici;
  2. favorire l’apertura ed il mantenimento di botteghe artigianali di eccellenza, (maestri d’ascia, lavorazioni del ferro battuto, falegnamerie, ecc.),
  3. valorizzare la cultura del mare e la storica marineria, completamente ignorata dalle passate amministrazioni, mediante l’istituzione del Museo del Mare attraverso la creazione di una Mappa di Comunità redatta con il coinvolgimento degli studenti delle scuole primarie e secondarie.

Rig centri storici

 

Sul monitoraggio della costa e sulla pianificazioni delle azioni a supporto di un turismo sostenibile – A cura di Giovanni Melchiorre

Per garantire il “corretto equilibrio fra la salvaguardia degli aspetti ambientali e paesaggistici del litorale monopolitano, la libera fruizione e lo sviluppo delle attività turistico ricreative” (art. 1 norme tecniche di attuazione del Piano Regionale della Costa), risulta fondamentale promuovere una relazione positiva tra tutela e sviluppo della costa.

Un modello di turismo sostenibile che riguardi la fascia costiera, con un’offerta che non duri solo i 2-3 mesi estivi, ma si sviluppi lungo l’intero anno, può essere attuato soltanto dopo un’accurata ricognizione dell’attuale stato dei luoghi ed una conoscenza di tutte le componenti culturali (storiche, fisiche, ambientali, paesaggistiche) degli stessi luoghi.

Negli ultimi 20 anni, la Città ha subito una crescita incontrollata di attività a supporto del turismo balneare, sulla base di strumenti di regolamentazione di rango comunale spesso in contrasto con le norme sovraordinate (regionali e nazionali). Lo stesso Piano Comunale delle Coste, il cui iter tecnico-amministrativo si è arenato dopo l’adozione del Novembre 2015, che molte aspettative ha indotto nella cittadinanza, risulterebbe comunque insufficiente a regolamentare l’attuale situazione di caos ambientale e paesaggistico che caratterizza la costa di Monopoli.
Infatti, la profondità della fascia demaniale che il PCC è chiamato a regolamentare risulta esigua, mentre, la maggior parte di “interventi” funzionali al turismo balneare sono stati realizzati su aree private, soggette, pertanto, alla pianificazione urbanistica comunale (P.U.G.).

Un tema di grande rilievo è quello della “gestione” della costa, con tutte le problematiche legate ai rischi, derivanti dall’elevata esposizione estiva a fronte di significative probabilità di crolli delle porzioni rocciose, ma anche di fenomeni quali l’erosione costiera delle porzioni sabbiose.

Azioni suggerite:

L’azione più importante per progettare un’offerta turistica di alto rango, che tenga conto della sostenibilità economica ed ambientale per attuare qualunque tipo di pianificazione territoriale (urbanistica, della viabilità, turistica, agricola, industriale, …) è il monitoraggio del territorio, fattibile con grande accuratezza grazie alla disponibilità di un’enorme mole di dati satellitari, disponibili giorno per giorno a costi molto vantaggiosi.

Fenomeni come l’arretramento della costa rocciosa e l’erosione delle porzioni sabbiose potrebbero essere conosciuti e studiati al fine di valutare le migliori soluzioni. La gestione delle spiagge, sia libere sia in concessione, risulterebbe molto più efficace, anche negli aspetti quotidiani, come l’oscillazione della linea di battigia e/o la gestione delle BVS (biomasse vegetali spiaggiate).
Tra le azioni già avviate che riguardano la costa vi è certamente il Piano Comunale delle Coste che, tuttavia, necessita di una profonda revisione prima dell’approvazione definitiva, azione questa che deve necessariamente partire dall’analisi delle osservazioni prodotte a seguito dell’adozione, con la massima partecipazione dei cittadini.

Risulta indispensabile, inoltre, programmare la rimozione di barriere e impedimenti al libero accesso al mare, con particolare attenzione al ripristino dei coni visivi.

 

Sulla Partecipazione

La tanto attesa partecipazione tra cittadini, lavoratori pubblici e amministratori, oggi disciplinata dalla L.R. N. 28 del 13/07/2017 per il perseguimento degli interessi generali, si è dimostrata negli anni passati un vero fallimento  (vedi tavoli partecipati nel progetto dell’area P1 dell’ex Cementeria e per la redazione del Piano Comunale della Costa)

Azioni suggerite:

Per favorire la partecipazione attiva e il civismo diffuso come fondamento di una comunità di cittadini è necessario:

  1. Disciplinare le forme di collaborazione tra cittadini, associazioni e amministrazione per la cura, la gestione condivisa dei beni comuni, attraverso l’adozione di un Regolamento della partecipazione attiva e per la collaborazione dei cittadini (prendendo spunto da città virtuose come Pistoia) da sottoporre a consultazione pubblica, sia attraverso incontri specifici dedicati alle realtà più attive del territorio, quali le associazioni, i comitati, il mondo della scuola, sia tramite la rete.
  2. valorizzare le libere forme associative;

 

Su Mobilità e spazi pubblici

Condividiamo e promuoviamo la visione e le proposte di riorganizzazione dello spazio pubblico al fine di migliorarne la qualità e la vivibilità, garantendo l’accessibilità e la sicurezza, che l’associazione #Salvaiciclisti Terre del Sud, in concerto con Terra d’Egnazia, ha redatto e proposto alle forze politiche monopolitane: “Mobilità urbana: la città che vorrei

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Piano comunale della costa fasanese – Cicale o Formiche ?

 

Piano Comunale della Costa fasanese – Obbiettivi, Speranze, Timori

 – Torre Canne 14 Luglio 2017 –

Pubblichiamo integralmente l’intervento del presidente di Terra d’Egnazia all’incontro sul Piano Comunale della Costa.

Il mio ruolo in questa conversazione, (come presidente TdE e attivista del MIC) ha l’obbiettivo di definire le parole chiave che dovrebbero essere al centro di un processo di redazione di uno strumento strategico di sviluppo come un PCC, anche attraverso alcune fondamentali notazioni generali sul Piano Regionale delle Coste, per cercare di far comprendere, soprattutto al pubblico intervenuto, di cosa stiamo discutendo e finire con alcune domande ai progettisti.

Le parole chiave

“spazio vissuto” – ecologia – paesaggio

L’insieme dei luoghi frequentati abitualmente dall’individuo e dal gruppo al quale appartiene costituiscono quello che i geografi chiamano “spazio vissuto”, espressione che indica la territorialità umana, l’ecologia insediativa dell’uomo, l’ambiente di vita connotato da elementi come il senso di appartenenza, l’emotività, la storia personale e familiare, le vicende collettive della comunità.

Alla percezione dello spazio vissuto contribuiscono non solo le esperienze affrontate in prima persona, ma anche letture e narrazioni familiari che portano all’elaborazione mentale del senso del luogo.

Questi “spazi vissuti” possiamo ragionevolmente dire che sono anche quelle porzioni di territorio ricche di beni culturali, storici, artistici e naturalistici, che costituiscono di per sé bene paesaggistico, oggi tutelati definitivamente dal  “Codice dei beni culturali e del paesaggio”: in particolare tra le aree tutelate dalla stessa legge vi sono:

“i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare;” (evocando la legge Galasso)

Alla fine degli anni ’90 ho dedicato circa due anni allo studio degli spazi vissuti di questo territorio ed in particolare del territorio fasanese. Qui dopo un’analisi di tipo territorialista, non ancora convenzionale  per quei tempi, venne fuori una suddivisione del territorio in quattro differenti ecologie, in particolare l’ecologia insediativa che definiva il fronte mare( e non solo) s’identificò come l’ Ecologia dei Gozzi.(metafora)

Paesaggi(citando anche il neonato “Selva in Festival”) sono anche “visioni” o “pre-visioni” che ognuno di noi riesce ad avere o gli scenari che riesce a prefigurare, degli spazi, dei luoghi della memoria e del presente,  i propri spazi appunto, quelli della quotidianità. Il loro variare dipende molto dalle azioni, le nostre, di individui posti in una comunità che, con le sue regole, ne decreta definitivamente le trasformazioni. E’ questo il paesaggio culturale a cui dovremmo ambire e di cui dovremmo essere pervasi cercando di mediare tra le parti chiamate in causa.

Indispensabile, in questo contesto, maturare e promuovere una sensibilità ambientale che aiuti amministratori e cittadini a comprendere come il nostro territorio non rappresenti solo una risorsa da “sfruttare”, ma anche e soprattutto una risorsa da preservare e tutelare, in quanto vera e duratura ricchezza; ricchezza competitiva, che possiamo strategicamente utilizzare, ora e in futuro.

Si tratta quindi di scegliere di essere cicala o perseguire gli insegnamenti dei nostri nonni, che come formiche sono riusciti a consegnarci l’immenso patrimonio ormai apprezzato ed invidiato in tutto il mondo?

Piano Regionale delle Coste

Il piano si prefigge di “garantire il corretto equilibrio fra la salvaguardia degli aspetti ambientali e paesaggistici del litorale pugliese, la libera fruizione e lo sviluppo delle attività turistico ricreative” (art. 1 norme tecniche di attuazione del Prc). In sintesi, il piano cerca di promuovere una relazione positiva tra tutela e sviluppo della costa.

Interessante appare la definizione dell’ambito territoriale di studio, ampliato in ragione della possibilità di comprensione dei fenomeni ambientali da analizzare. Infatti, considerata l’eterogeneità con cui si presenta l’intero territorio costiero regionale, non è stato analizzato un ambito di studio costante per tutta la regione, né sono stati utilizzati i confini amministrativi dei comuni costieri. Si è ritenuto più utile definire un ambito di studio a geometria variabile a seconda delle specifiche situazioni in cui si presenta la fascia costiera.

Ciò dovrebbe farci evitare di pensare ai molteplici tratti di costa come elementi lineari all’interno della fascia demaniale o dei trecento metri tutelati prima dalla Galasso (L. 431/1985) poi dal Codice Urbani (Dlgs. 42/2004 Codice dei Beni Culturali) ma permette di considerarli come ambiti integrati tra terra e mare dei quali occorre comprendere gli elementi generatori che ne regolano il funzionamento, indirizzando le attività antropiche(dell’uomo) in modo tale da esaltarne le peculiarità.

L’incrocio dei differenti livelli di criticità all’erosione e di sensibilità ambientale ha permesso di ottenere 9 distinti gradi di tutela, che costituiscono il riferimento normativo al quale tutti i comuni dovranno riferirsi nella redazione dei Piani Comunali delle Coste.

Altro aspetto di rilievo del Prc, quello di costituire uno strumento di pianificazione attraverso il quale la Regione possa coordinare e indirizzare l’attività degli Enti locali, ai quali sono state trasferite funzioni amministrative in materia di “rilascio di concessioni demaniali marittime”.

Il Prc quindi fornisce le linee guida, indirizzi e criteri ai quali devono conformarsi i Piani Comunali delle Coste.

Il Piano Comunale della Costa

Allo stesso tempo, la redazione del PCC deve però rappresentare un’occasione irripetibile per la salvaguardia e la valorizzazione dei contesti ambientali e paesaggistici legati ad una fascia di territorio che, partendo dalla linea di costa, si deve estendere verso l’interno ben oltre i 300 metri.

Ritengo che in questa ulteriore attività di previsione attribuita al PCC, risieda una possibilità unica in cui compiere un ulteriore sforzo finalizzato alla tutela di quelle risorse ambientali che, viceversa, rischiano di restare compromesse dalle trasformazioni, a volte irreversibili, che vengono continuamente operate sul territorio.

Per la stima della sensibilità ambientale quindi , si potrebbe riconoscere ad esempio l’approccio suggerito dal PRC, da cui si evince come la sensibilità non sia da valutare solo in funzione della situazione esistente nella fascia demaniale, ma anche di una profonda porzione del territorio a monte,(i corridoi ecologici(lame) che sfociano al mare dando vita alle calette e sorgenti, la piana olivetata, gli orti irrigui) integrando, e quindi facendo dialogare, nella fase di redazione del piano, aspetti legati al turismo con quelli del settore primario(pesca, agricoltura).

Partecipazione

“Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli”. (Convenzione di Aarhus)

La Convenzione di Aarhus sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale è il primo e unico strumento internazionale, legalmente vincolante, che recepisce e pone in pratica tale principio, dando concretezza ed efficacia al concetto di democrazia ambientale.

Partecipazione e VAS

Che cos’è la VAS?

La VAS è un processo che concorre alle scelte di Piano per garantire adeguati livelli di protezione dell’ambiente e più in generale la promozione dello sviluppo sostenibile.

A differenza della VIA, la VAS si sviluppa in parallelo alla redazione del piano oggetto della valutazione, per assicurarne le opportune correzioni in corso di redazione e il monitoraggio nelle successive fasi di attuazione, avendo l’obiettivo di “contribuire all’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione e dell’adozione di piani e programmi […] che possono avere effetti significativi sull’ambiente” (art. 1 Direttiva 42/2001).

Il processo di Valutazione ambientale strategica dev’essere per legge progettato e condotto in modo il più possibile partecipativo.

Non essendo ancora in grado di dare un giudizio sul piano in fase di redazione, di cui non sappiamo bene a che punto sia la sua stesura, ed al fine di poter contribuire in maniera significativa a costruire il percorso progettuale e le scelte che si andranno ad operare, chiediamo  ai progettisti che sia precisamente spiegato:

se è stata avviata la procedura di verifica di assoggettabilità a VAS.( procedura finalizzata ad accertare se un piano o un programma debba o meno essere assoggettato alla procedura di Valutazione Ambientale Strategica)

Ss è in fase di redazione ed è disponibile il rapporto preliminare di verifica, che è parte integrante del Piano con l’elenco di tutti i soggetti interessati alla consultazione.

Se e in che modo si intende tenere conto dei contributi acquisiti in fase di consultazione.

Giambattista Giannoccaro

Presidente APS Terra d’Egnazia

Infrastrutture, consumo di suolo, assetto del territorio

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“Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale”.
Jorge Mario Bergoglio, “Laudato sì”

“Il nostro mondo è in pericolo. La curva dell’economia sale, ma la curva dell’ecologia scende. L’uomo, in equilibrio precario sulla crescita dell’economia, sta per essere travolto dalla decrescita dell’ecologia. La natura ce la farà: per lei non ci sono problemi… Piuttosto siamo noi ad essere in pericolo, a causa del nostro sconsiderato successo”.
Ferdinando Boero, Economia senza natura. La grande truffa

Alla c.a.
Ill.mo sindaco di Fasano, dott. Francesco Zaccaria

La prossima realizzazione di infrastrutture come il Palazzetto dello Sport, lo Shopping Mall, le lottizzazioni ad uso residenziale (come per il recupero della ex siderurgica Liuzzi), e/o le per opifici ad uso artigianale, agricolo e industriale, il nuovo Ospedale (il quale, per quanto sorgerà sul territorio di Monopoli e non sia di stretto interesse amministrativo della nostra città, si rivolge alle cittadinanze di un’area vasta in sui è compresa la nostra comunità), offrono non pochi spunti di riflessione sul futuro del nostro territorio, sulle incidenze e ripercussioni ambientali, economiche e sociali.

Si tratta di questioni di fondamentale importanza alle quali spesso la cittadinanza e ancor più la politica non prestano la dovuta attenzione. Ciò accade, spesso, a causa della quasi totale mancanza di sensibilità, attenzione e formazione di base riguardo la natura essenziale del territorio. Sembra radicata nella mentalità dei più, la convinzione che il territorio, e più in generale la terra, sia un bene di consumo usa e getta, non un bene necessario e assoluto, sul quale si fondano in modo perenne la comunità umana, le sue radici culturali, la sua storia, la sua economia, il suo futuro.

Vorremmo sottoporre alla città, all’ill.mo sig. Sindaco, alla giunta amministrativa, al consiglio comunale, il nostro punto di vista a riguardo, affinché si avvii un percorso di discussione e confronto, che coinvolga tutta la comunità locale, gli organi istituzionali e tutte quelle personalità che possono offrire punti di vista e competenze a beneficio del territorio.

Molto sinteticamente, riteniamo sia necessario, urgente e non più rinviabile affrontare il problema tenendo conto di tre punti cardini, tre colonne portanti sulle quali fondare la realizzazione di opere che inevitabilmente impatteranno con il nostro territorio: 1) rispetto dell’ambiente; 2) utilità delle opere al netto del rapporto costi/benefici per il territorio; 3) materiali e metodi di realizzazione.

Queste opere, da quella ritenuta più utile a quella per la quale molti vorrebbero fare a meno per le ragioni diverse (comprese quelle di natura ideologica), avranno il loro impatto con l’ambiente. E’ necessario quindi considerare le conseguenze idrogeologiche (deflusso delle acque pluviali), e agronomiche (erosione della biodiversità), il consumo di suolo e le conseguenti ricadute economiche e sociali.

In genere quando si parla di realizzazione di impianti, che siano sportivi, commerciali, nonché edifici destinati ad uso sanitario e/o abitativo pubblico e/o privato, non si può non pensare ai metri cubi di cemento armato che saranno utilizzati, ma anche a tutte quelle aziende, maestranze e manovalanze (e relative famiglie) del territorio, le quali potrebbero trarre vantaggio immediato o nocumento nel lungo termine, dalla realizzazione di queste opere.

Riteniamo che tutte le opere che presto interesseranno il nostro territorio, a seconda di come e dove saranno realizzate (metodi, appalti, tecnologie e materiali), potrebbero rappresentare l’opportunità di grandi benefici per il territorio stesso, una iattura o la combinazione di entrambe. E’ necessario, a tal proposito, che alle procedure di realizzazione, ai processi di programmazione, realizzazione e monitoraggio delle opere stesse, i portatori di interessi (la cittadinanza, più o meno organizzata), partecipino attivamente.

Cosa accadrà, ad esempio, a valle della realizzazione del nuovo ospedale e dell’outlet una volta realizzati? Non vorremmo trovarci difronte al ripetersi di quanto è accaduto, e in buona parte ancora accade, da Montalbano fino a valle in località Tavernese. Qui, nonostante nell’ultimo decennio sia intervenuta la realizzazione del canale di regimentazione delle acque che arriva fino a mare, e per il quale sono stati alterati e consumati decine di chilometri di territorio, fino alla ferita inferta alla duna fossile, il problema delle alluvioni non è stato del tutto risolto. Le condizioni attuale del canale, in cui si riversano rifiuti di ogni sorta, come ampiamente decumentabile e documentato, sono a dir poco vergognose.

Riteniamo siano necessari, una riflessione e un confronto pubblico, diffuso e condiviso con la cittadinanza, per addivenire alla ragione di un paradigma comune, un approccio cosciente e consapevole, riguardo le scelte della politica in tema di infrastrutture, poiché, come è evidente queste impattano spesso negativamente, tanto con l’ambiente, quanto con la comunità.

Giuseppe Vinci – Terra d’Egnazia (Onlus)

Cura dell’olivo

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Olivo millenario, Fasano – Foto: Giuseppe Vinci

Buone prassi per la cura del patrimonio olivicolo
Azioni adottate e sostenute dalla nostra associazione per la cura e la salvaguardia del patrimonio olivicolo della Piana degli Olivi della Terra d’Egnazia. L’associazione Terra d’Egnazia (onlus), si fa promotrice delle antiche e tradizionali prassi agro-colturali tramandate nei secoli dalla paziente saggezza dei nostri avi. La prima raccomandazione è l’eliminazione di qualunque ricorso alla chimica, a cominciare da ogni sorta di pesticidi. Così come la chimica uccide (in un primo momento) parassiti, patogeni e infestanti (che col tempo acquisiscono resistenza e virulenza), allo stesso modo la chimica uccide (in questo caso definitivamente), ogni forma di vita nel terreno (rizosfera), compresi quegli organismi e microrganismi utili e necessari al sostentamento delle colture e all’equilibrio naturale dell’ambiente.

Primi interventi 

Potatura

– E’ necessario effettuare la potatura/rimozione di tutti i rami secchi in corrispondenza del punto di ramificazione facendo attenzione che la superficie di taglio sia rivolta verso il basso (questo impedisce i ristagni d’acqua piovana e quindi il proliferare sulla superficie di taglio di microrganismi potenzialmente patogeni). E’ importante non effettuare potature drastiche di rami di grosso diametro o branche principali (a meno che non siano secchi), perché questo porta la pianta a emettere un gran numero di polloni, disperdendo le poche risorse energetiche che l’olivo ha in questo particolare momento e inoltre le grosse ferite stentano a rimarginare.

– La potatura interessa anche i succhioni (ad eccezione di quelli che dovevano sostituire alcune parti essenziali della pianta) e i polloni alla base della pianta; inoltre la chioma va sfoltita eliminando i rami in eccesso, questa operazione permette di arieggiare bene la chioma e consente ai raggi solari di raggiungere tutti i rami e le foglie più interne.

– E’ importante usare attrezzi con lame ben affilate, in modo tale da lasciare un superficie liscia e netta, che favorisce il processo di cicatrizzazione, diminuendo così la probabilità di ingresso di eventuali microrganismi patogeni. Le lame vanno disinfettate con candeggina, per impedire di trasferire eventuali patogeni fungini e batterici (es. Pseudomonas savastanoi pv savastanoi agente della rogna dell’olivo, funghi tracheifili) da una pianta all’altra.

– In presenza di sezioni di taglio con diametro maggiore di 5 centimetri, queste vanno disinfettate con una pasta a base di rame e calce. Le dosi per la preparazione di 10 litri di pasta disinfettante sono: 3 kg di grassello di calce + 1 kg di solfato di rame in 10 litri di acqua. Con l’aiuto di un pennello la pasta ottenuta viene distribuita sulle superfici di taglio. Sia il rame che la calce posseggono una buona attività fungicida e fungistatica, inoltre il rame ha spiccate proprietà antibatteriche. Per la protezione delle ferite da taglio possono essere utilizzati anche paste a base di rame, cera o mastici per gli innesti.

– I residui di potatura vanno bruciati per eliminare uova e larve di insetti parassiti molto presenti sulle piante interessate dal disseccamento.

Trattamenti alla pianta

– Sia la chioma che il tronco delle piante di olivo devono essere irrorate con poltiglia bordolese per 2 o 3 volte a distanza di 20 – 30 giorni (a seconda della piovosità che può dilavare il prodotto dalla superficie della pianta).

– Dosi per 100 litri di poltiglia bordolese: 1 kg di solfato di rame (quello con maggiore capacità di penetrazione è il solfato di rame pentaidrato) + 1 kg grassello di calce, in 100 litri d’acqua.

– Preparare la soluzione versando molto lentamente 20 litri di soluzione di calce in 80 litri di soluzione di solfato di rame.

– In primavera, cioè durante la ripresa vegetativa dell’olivo, il colletto, i tronchi e le branche principali, bisogna trattarli con una miscela di solfato ferroso e grassello di calce le cui dosi per 100 litri di acqua sono: 2 kg di solfato ferroso + 2 kg di grassello di calce (idrossido di calce con 80/100 giorni di stagionatura). Il solfato ferroso ha un triplice scopo: 1) nutrire il legno attivo sotto la corteccia (riduzione della clorosi ferrica); 2) favorire un riequilibrio fra i microrganismi epifitici presenti sulla corteccia dei tronchi (aumentando la presenza di quelli che sono competitori e antagonisti dei patogeni; 3) battericida nei confronti della rogna.

Trattamenti al terreno

– Il terreno sottostante la chioma e la base della pianta vanno cosparsi con zolfo e calce in polvere (dosi: ¾ di zolfo + ¼ di calce) miscelati e successivamente interrati con una leggera e superficiale lavorazione. Lo zolfo in polvere ha la funzione di disinfettare il terreno, grazie alla sua attività fungicida e insetticida (es. punteruolo e oziorrinco) inoltre è un elemento nutritivo essenziale nella sintesi di importanti proteine della pianta che contengono residui aminoacidici soprattutto di cisteina (es. “defensive protein”, glutatione e altre molecole antiossidanti). Queste proteine svolgono un ruolo importante nell’autodifesa della pianta.

– Sovescio
Si effettua la semina di favino su tutto il campo ad eccezione della zona sottostante la chioma delle piante, ovvero nell’area dell’apparato radicale. In fase di fioritura le piante di favino sono state trinciate e interrate lavorando superficialmente il terreno. La pratica del sovescio presenta diversi benefici tra i quali:
1) Apporta una buona quantità di sostanza organica e quindi migliora la fertilità del terreno;
2) Apporta buone quantità di azoto e fosforo;
3) Rallenta i fenomeni erosivi del terreno grazie alla presenza degli apparati radicali delle piante da sovescio e mediante la copertura del suolo;
4) Migliora la struttura del terreno rendendolo più sciolto soprattutto in superficie, consentendo una migliore ossigenazione degli apparati radicali delle piante d’olivo;
5) Riduce la compattezza superficiale del terreno, migliorandone così il drenaggio e lo scambio gassoso.
6) Riduce notevolmente la presenza di piante infestanti, grazie alla competizione per i nutrienti e per la superficie disponibile di terreno;
7) Biofumigazione nei confronti di funghi, batteri, insetti e nematodi patogeni;
8) Aumenta la biocenosi microbica tellurica utile, spostando l’equilibrio verso popolazioni microbiche competitive come Bacillus sp., Pseudomonadi fluorescenti, Streptomiceti, Fusarium sp., Trichoderma sp.;
9) Sottrae considerevoli quantità di CO2 dall’atmosfera immagazzinandola nel terreno (azione carbon sink).

Calendario per le esecuzioni dei lavori

Dicembre-Marzo
– Potature di tutte le parti secche della pianta, con immediata protezione delle sezioni di taglio seguendo i metodi e i materiali su descritti nella sezione “Potature”.
– Effettuare la slupatura e successiva protezione delle ferite con gli stessi prodotti utilizzati per proteggere i tagli delle potature.
– Trattamento della chioma, del tronco e dei rami con la poltiglia bordolese (vedi sezione “Trattamenti alla pianta”

Marzo-Maggio
– Sovescio del favino in fase di fioritura.
– Trattamento del colletto, tronchi e branche principali con la miscela di solfato ferroso e grassello di calce (prima o dopo la fioritura, NO durante).
– Cospargere sul terreno sottostante la chioma e la base della pianta zolfo e calce in polvere.

Giugno-Luglio
– Sfalciare l’erba e lasciarla in loco per ottenere l’effetto pacciamante.

Settembre
– Erpicatura leggera del terreno per consentirne l’arieggiamento.
– Potatura dei succhioni e dei polloni.
– Rincalzatura del colletto.
– Trattamento del tronco e delle branche principali con zolfo bagnabile, MAI insieme alla poltiglia bordolese.
Ottobre-Novembre
– Trattamento con la poltiglia bordolese subito dopo la raccolta.
– Semina di favino (meglio se una varietà locale) per l’inerbimento e successivo sovescio.

Riflessione

Con la “rivoluzione” verde dell’agrochimica arrivarono gli insetticidi ed erbicidi e concimi chimico minerali NPK azoto-fosforo-potassio che hanno causato la distruzione della flora batterica, (gli anticorpi della terra) e diminuito, quasi azzerato la sostanza organica.
Risultati? Arricchiamo le multinazionali dell’agrochimica,Monsanto, Bayer, DuPont, Syngenta, Dow Agroscience e impoveriamo i nostri Agricoltori e la nostra Terra.
Le stesse multinazionali che producono farmaci e agrofarmaci, prima ti avvelenano poi ti “curano”.

P.S.: le indicazioni di cura sopra descritte sono state condivise dall’Associazione Spazi Popolari quali azioni utili al contenimento del fenomeno del disseccamento degli olivi del Salento.

L’olivicoltura tradizionale è in crisi?

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Brevi considerazioni sul dibattito tra olivicoltura intensiva e tradizionale. Uno scontro ideologico.

Stando alle opinioni di non pochi “esperti” di olivicoltura (chi gli avrà mai dato questo attributo?), le cultivar di olivo “troppo” antiche, come quelle presenti in buona parte del territorio pugliese, non risultano essere adatte alla “competizione internazionale”.

Se non fosse chiaro, “nutrire”, perché olive e olio servono innanzitutto a nutrire, si riduce a mera competizione. Come dire che, per vivere, le società umane devono competere tra di loro piuttosto che cooperare.

Il liberismo ha snaturato il pianeta Terra, compreso il genere umano. Anzi, se proprio devo dirla tutta, il genere umano, con il liberismo, con questo liberismo in cui le regole (anche quelle sociali, costumi e mode comprese), sono demandate ai mercati, ha fatto della vita (bios), una competizione. E’ sotto gli occhi di tutti che, questo competere, nelle società più evolute ed emancipate (non si sa poi rispetto a cosa), si sostituisce alle guerre armate. La competizione si sostituisce alla guerra, la sussume. E’ così che i danni collaterali di questa nuova modalità di fare la guerra, che si combatte sul piano economico e finanziario, è in grado di spalmare e frammentare nello spazio tempo, distruzione e morte, tanto da non farle apparire come una conseguenza delle bombe. Eppure, lo smantellamento dello stato sociale, la crescente disoccupazione, l’incontenibile declino economico, non sono altro che veri e propri bollettini di guerra.

Siamo chiaramente in presenza dell’ennesimo dogma liberista, senza alcun fondamento logico, razionale, neppure ragionevole, piuttosto impositivo, arrogante, violento, come sa fare l’essere per la guerra.

Ma torniamo all’olivicoltura. Come si risolve questo problema atavico della troppo antica olivicoltura a quanto sembra non al passo con i tempi? Secondo la propaganda del regime liberista (che vede attivamente partecipi non pochi politici locali, regionali e nazionali, compresi illustri rappresentanti in seno alla UE – dovremmo chiamarli lobbisti, visto che non sono stati eletti dal popolo ma nominati dai partiti! – dirigenti, associazioni di categoria, ricercatori pubblici – pagati dallo Stato con denaro pubblico! – in pieno conflitto d’interesse, e naturalmente imprese), bisognerebbe cancellare da un giorno all’altro, proprio come fa la guerra, interi paesaggi per ridisegnarli, mettendo a repentaglio equilibri agro-ambientali già resi fragili, precari da pratiche agricole e industriali scellerate, criminali.

Il mantra è quello dell’olivicoltura super intensiva a base di varietà moderne, resistenti ai patogeni (l’avvento del batterio Xylella Fastidiosa sembra quanto mai tempestivo) e alle asperità ambientali, maggiormente produttive e remunerative, più comode da gestire, da sostituire e reimpiantare ogni vent’anni, insomma alla moda, al passo coi tempi. Siamo già in pieno regime di varietà incrociate, varietà clonali micropropagate e nel frattempo si prelude agli Ogm che però necessitano del continuo supporto della chimica, innescando un meccanismo perverso di continua dipendenza dagli agrofarmaci di sintesi e quindi dalle multinazionali. Un chiarimento in tal senso lo offre il prof. Pietro Perrino (già direttore dell’Istituto del Germoplasma CNR Bari).

“A tal proposito l’idea di sostituire le varietà suscettibili (per es. l’Ogliarola) con quelle resistenti/tolleranti (per es. il Leccino) sarebbe una follia, per il semplice motivo che nel tempo i patogeni possono specializzarsi nel mettere a punto nuovi meccanismi di attacco e quindi le varietà resistenti/tolleranti possono diventare suscettibili. E saremmo punto ed a capo. Quello che impedisce ai patogeni di diventare virulenti è proprio la biodiversità. La mole di dati esistenti in letteratura è sufficiente a confermarlo. Sulla base di questo semplice principio, l’unica arma vera contro i patogeni e la loro diffusione è la coltivazione di più varietà nello stesso campo”.

E dunque, si vorrebbe fare piazza pulita della piccola proprietà fondiaria, dell’attuale sistema olivicolo, di intere economie famigliari, di un sistema sociale e culturale che ha radici antiche, secolari, millenarie, che caratterizza le identità di interi territori e popolazioni, le quali, pur essendo antiche nell’essenza, non hanno mai disdegnato di vivere nel tempo corrente. Salvo che per coloro – e purtroppo non sono pochi – il quali in questo momento di transizione epocale, cadono come in coma, rapiti dagli inganni delle chimere liberiste, tanto da convincersi del fatto che “la guerra fa bene all’amore”.

A rischio è anche e soprattutto l’agro-biodiversità, anche in ambito olivicolo. A riguardo vale la pena di soffermarsi ancora una volta sulle parole del Prof. Pietro Perrino il quale evidenzia: “perché insistere con la monocoltura e l’agricoltura intensiva? Se il motivo è di essere più competitivi con altri Paesi, la risposta è che oggi ci troviamo in una situazione disastrosa, sotto molti punti di vista, proprio per colpa di politiche basate sulla competizione invece che sulla cooperazione e sulla qualità delle produzioni più che sulle quantità. L’umanità non ha bisogno di quantità, ma di qualità”.

Ora, se è vero che le cultivar esistenti sono più di 500, le stesse si trovano differenziate da territorio a territorio non a caso. Le antiche cultivar (perché ce ne sono di moderne?! ah già, negli ultimi mesi abbiamo sentito parlare della munifica varietà “lecciana”, frutto dell’incrocio tra leccino e arbesana), hanno caratterizzato i paesaggi e quindi le culture e le economie di base. Nei secoli, nei millenni, cultivar come le frantoio pugliesi (oliarola, cellina, cima, ecc.) hanno avuto il tempo “lento” e necessario, anche sotto il profilo della genotipizzazione, di adattarsi ai diversi ambienti, sviluppando quelle caratteristiche spesso uniche che, rispetto ai luoghi e nei “tempi”, andrebbero meglio e adeguatamente qualificate, a partire dai metodi colturali (corretta conduzione dell’oliveto, raccolta, molitura, confezionamento e vendita) facendone veri e propri punti di forza. Si tratta dunque di visione e volontà, di quello che vogliamo per il nostro futuro.

Come dire: questo siamo noi, il nostro essere al di là dei tempi, con le nostre qualità e caratteristiche, e non altro. Quell’essere che per affermare la propria esistenza ed essenza, non ha bisogno di partecipare a nuovi scontri di civiltà, a nuovi massacri, allo stravolgimento dei territori, delle economie di base, delle radici, anche culturali, di combattere un nemico voluto da un’entità invisibile, di partecipare a una competizione nella quale non ci sono vincitori ma ci sono solo vinti: gli uomini, la terra, la vita (bios).

Storie di calce. Tecnologie della tradizione stupidamente dimenticate… o quasi.

 

di Giambattista GiannoccaroINCALCINATORE

Ricordo che, da bambino, quando era alle porte la “stagione”, (era chiamato così da mio nonno il periodo che va da maggio a fine ottobre) dalle mie parti era tempo di rinfrescare a calce le pareti delle “casine” di campagna, prima di ricolonizzarle, dopo l’abbandono invernale, in quella transumanza umana che ci vedeva spostare le nostre dimore dalla città alla “villeggiatura”. Stessa pratica si svolgeva in buona parte dei borghi antichi di questa parte di Puglia messapica. Mio nonno, tutti gli anni chiamava tutti i suoi nipoti più volenterosi per partecipare a quello che era un vero e proprio rito dell’apertura della stagione estiva per andare alla casina in collina ad aiutare Jujuccio, si chiamava così l’incalcinatore che tutti gli anni, armato soltanto di secchi e pennellesse ci incantava con la sua maestria.

Ognuno aveva un compito ben preciso: chi era addetto a tirar su l’acqua dal pozzo, a mano, con un secchiello di ferro zincato legato ad una corda di canapa, bisognava riempire il grande tino; chi invece era incaricato a scaricare dalla macchina del nonno(una Simca color carta da zucchero con il mitico cagnolino di plastica e collo snodato che si muove con l’auto in movimento) quelle che per noi allora erano delle pietre magiche, per riporle nello stesso tino. La prima volta che vidi immergere quelle pietre in acqua in quel grosso tino, l’ingenuità dei miei 8 anni mi suggerì che volessero cucinarle. Chi avrebbe mai pensato che, di li a poco, dentro quella tinozza si sarebbe scatenato veramente un ribollire subito dopo averle immerse in acqua. Senza saperlo, noi bambini, stavamo partecipando alla produzione di calce, “spegnendo” quelle pietre, che in realtà erano ormai blocchi di calce viva provenienti da quelle “calcare” sparse tra le colline e la piana degli ulivi millenari della Terra d’Egnazia.

Trullo antico

La calce, ottenuta per cottura a temperatura elevata di rocce calcaree, è costituita fondamentalmente da carbonato di calcio. Deve la sua popolarità non solo al facile reperimento e autoproduzione in situ, ma anche alle sue doti di disinfettante (è alcalina), oltre che al suo color bianco latte riflettente i raggi del sole delle calure estive facendolo diventare il materiale più usato nel mediterraneo. 

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Già i Romani, ed i Fenici prima, avevano imparato ad usare la calce come materiale da costruzione, mescolata con la sabbia a formare la malta. Inizialmente adoperata nella forma di calce aerea (che indurisce solo se a contatto con aria) venne successivamente mischiata con pezzi di argilla cotta (vasellame, mattoni ecc.) oppure a pozzolana, una sabbia ricca di silice, che ne alterano le caratteristiche di resistenza, impermeabilità e soprattutto ne consentono la presa anche in ambienti non a contatto con aria (tipicamente sott’acqua), dando vita così le malte idrauliche, sebbene a base di calce aerea. Vitruvio, nella sua opera, De architectura, ne descrive la produzione a partire da pietre bianche, cotte in appositi forni dove perdono peso (oggi sappiamo in conseguenza della liberazione di anidride carbonica). Il materiale ottenuto, la calce viva, era poi  spenta gettandola in apposite vasche piene di acqua. Intervenendo su antiche case rurali della Puglia non ancora contaminate da intonaci a base cemento è ancora possibile scorgere le decine di strati di scialbo di calce sovrapposti che stratificano quelle antiche pareti, tanto che in alcuni casi è possibile poter datare, quasi puntualmente, l’età di quel paramento murario.

intonaco e paglia

La malta con cui erano legate le pietre o i tufi con cui venivano costruiti gli antichi manufatti pugliesi (Trulli, Masserie, ecc) era costituita da calce spenta (idrata) sabbia o terra, con l’aggiunta di paglia o altri vegetali, come rametti e foglie d’ulivo che completavano la finitura di protezione (intonaco) di quelle strutture. Questa tecnologia permetteva alle strutture di avere un comportamento elastico, dovuto proprio alla sua macroporosità e conseguente traspirabilità, (ciò che non permettono invece i premiscelati a base cemento in uso oggi)  con l’umidità invernale si dilatano (micro movimenti) e con la stagione estiva si restringono. Questa caratteristica restituisce alle strutture una sorprendente “personalità” data anche dalla plasticità che fa di quegli ambienti dei luoghi avvolgenti e freschi. Non un accenno di efflorescenze di muffe, non un’alone di umidità, tutto per i poteri intrinseci della calce che “disinfetta” e fa “respirare” i muri. Pratiche scioccamente dimenticate a causa della ennesima stupidità umana alla ricerca di una certa innovazione. Non possiamo più permettere che una tecnologia così interessante, ereditata dalla tradizione, maturata attraverso l’esperienza della storia, venga messa da parte a favore di tecniche e materiali più convenienti al modello di sviluppo contemporaneo. E’ anche per questo che dobbiamo rimettere in discussione il modello di sviluppo contemporaneo. Quel che produciamo non collima più con quel che più ci piace o che funziona ma con quel che più fa guadagnare, e non sono per niente certo che ci abbiamo guadagnato.

 

Per una mappa della Murgia interna

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Da qualche giorno, con Chicco Saponaro, abbiamo iniziato a cogliere per immagini i villaggi rurali interni della bassa murgia, la murgia dei trulli, quella a ridosso delle province di Bari e Brindisi. Cominciamo di qui per avviare la collaborazione di Terra d’Egnazia con la Casa della Paesologia di Trevico per realizzare la Mappa dell’Italia Interna pensata da Franco Arminio.

Anche qui, nella bassa Murgia, vogliamo impegnarci per realizzare una mappa narrativa emozionale, a tratti precaria e provvisoria, di questa parte dell’Italia interna. Insomma, un tour per immagini che è già un racconto. I soli nomi di questi luoghi evocano immagini e scene arcaiche, la traduzione di veri e propri simboli, talvolta ancestrali. 

La prima tappa narrativa è stata Cocolicchio. Passeremo ancora da Lamie di Olimpia, Gabriele, Marinelli, Tumbinno, Serafino, Pistone, Caranna, Tufara, San Marco, Franceschiello, Ianella, Marziolla, Lamie Affascinate, Carbonelli, Scanzossa, Fascianello, Anazzo (Egnazia), Assunta, Amtonelli, Sicarico, Gorgofreddo, Loggia di Pilato, Sei Caselle, Cinque Noci, Pezzolla, Mancini, Serralta, Franceschiello, Pezze Vicine, Pezze di Monsignore, Torre Spaccata e tantissimi altri villaggi micro abitati un tempo, oggi sempre più trasfigurati dalla civiltà che gli ha tolto anche quel poco che avevano.

Di taluni resta lo spettro in cerca della sua anima ormai arresa. Talaltri sempre più irriconoscibili, vinti al cospetto della loro origine, vivono resistendo con un piede nella ruralità, l’altro a tentoni e in comodo ritardo nella modernità in continua accelerazione, in un mix di moderno antiquariato. Fino a quando il padrone del momento non acquisti ruderi e pietre per farne un resort con tanto di campo da golf annesso.

L’Italia interna certo non è solo quella tracciata dal “ministero della coesione territoriale – dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica“, ma quella che la civiltà ha pensato malamente di farne a meno, relegandola progressivamente nell’oblio della sua identità. Troppo distante dai ritmi, dai tempi, dai nomi e dalle forme, certe, assolute, conformi e conformanti, globali e globalizzanti della civiltà.

Giuseppe Vinci

Area ex Cementeria Monopoli – Considerazioni del Coordinamento Cittadino delle Associazioni, dei Comitati, dei Movimenti ed esponenti di Forze politiche di opposizione sulla convocazione del 21 ottobre 2014 della I Commissione Consiliare Urbanistica

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Pubblichiamo il documento redatto, con considerazioni dal Coordinamento Cittadino delle Associazioni, dei Comitati, dei Movimenti ed esponenti di Forze politiche di opposizione, di cui Terra d’Egnazia è parte attiva, a proposito della convocazione dell’ultima convocazione della I Commissione Consiliare Urbanistica – Area ex Cementeria

Al Presidente della I Commissione Consiliare Urbanistica
avv. Giacomo Piepoli

e p.c.:
Al SINDACO del COMUNE di MONOPOLI
ing. Emilio Romani
All’Assessore all’Urbanistica del COMUNE di MONOPOLI
avv. Stefano Lacatena
All’Assessore all’Assetto del Territorio della Regione Puglia
arch. Angela Barbanente
Oggetto: Incontro Prima Commissione Consiliare Urbanistica aperta del 21 ottobre 2014. Considerazioni.

Con la presente il Coordinamento fa il punto sui lavori del Tavolo aperto ed esprime le sue considerazioni in merito al prosieguo dello stesso.
Sono ormai 11 mesi che continuiamo a chiedere le stesse identiche cose e l’Amministrazione, attraverso i suoi referenti al tavolo, invece di rispondere alle domande, monotonamente ripete: “…bisogna andare avanti”, “…la cosa più importante è demolire al più presto l’esistente” e, incredibilmente, senza aver chiarito né criteri né dati tecnici, “…attendiamo proposte dai cittadini”.

La convocazione del 21 ottobre scorso, a distanza di ben 7 mesi dalla precedente, non ha apportato alcuna novità e non certo per latitanza delle realtà di Cittadinanza Attiva. Fin dall’inizio, infatti, il Coordinamento ha presentato a più riprese contributi e documenti (sia di indirizzo teorico critico metodologico sia di carattere tecnico operativo procedurale) con un invito costante: regole e tempi certi, alti standard qualitativi, ambientali e progettuali. Inoltre il Coordinamento è stato promotore, lo scorso 9 maggio, di un incontro pubblico “Area ex Cementeria. Chiarezza Qualità Partecipazione”, con la presenza di esperti e amministratori (locali e regionali). Dai contenuti emersi durante l’incontro è scaturito un Documento tecnico che, frutto del coinvolgimento di esperti in varie materie, dopo esser stato consegnato pubblicalmente durante il Consiglio Comunale del 4 agosto 2014, non ha ricevuto ancora alcuna risposta da parte dell’Amministrazione. Eravamo convinti che ciò sarebbe avvenuto almeno in occasione del recente incontro della I Commissione invece il testo, e le questioni in esso contenute, non erano state nemmeno lette da chi di dovere.

Il Sindaco, presente all’incontro, ha elargito pillole di saggezza, interpretando le recondite ragioni (a lui sconosciute perché assente) dell’architetto Renzo Piano nel rifiutare l’incarico offertogli, e ha condiviso visioni urbanistiche “lungimiranti”, ipotizzando lo spostamento di volumi, ancora non meglio precisati, dal porto alla periferia urbana e avanzando l’ipotesi di stravolgere il neonato Piano urbanistico con la modifica della destinazione del previsto porto turistico, a nord di quello attuale, in un futuristico porto commerciale d’importanza nazionale. In concreto, il primo Cittadino continua a essere il fautore del rapido abbattimento a tutti i costi senz’alcuna idea di futuro per quell’area (sollevando peraltro perplessità anche sulla legittimità procedurale dell’opera).

Non un dirigente presente, per rispondere alle domande o per raccogliere richieste di atti e documenti, non un segretario a registrare e verbalizzare adeguatamente l’incontro. Nella sostanza la chiara sensazione di un incontro istituzionale di serie “B”, convocato solo per poter adempiere obblighi legislativi, senza alcun amore né attenzione alla partecipazione dei cittadini. Anche gli inviti, scarni e passivamente collegati solo a chi nei mesi ha tenuto duro, confermando di volta in volta la volontà di continuare a partecipare, evidenziano l’assoluto disinteresse per un autentico percorso di pianificazione partecipata.

La SoleMare, neo proprietaria dell’ex area Italcementi, unica in grado di rispondere sulla ripresa dei lavori di “demolizione” (guai a chiamarli di “bonifica”), sulle centraline di monitoraggio (spostate altrove nel momento in cui erano più necessarie), sulle ragioni della rinuncia all’incarico da parte di Renzo Piano (avendo la Società, da sola, curato i contatti con lo studio dell’architetto), neanche a dirlo era assente.

Un breve riepilogo. A metà dicembre 2013, le prime richieste, subito dopo la mobilitazione affinché non si permettesse alla General Smontaggi, ditta specializzata nella bonifica di zone industriali dismesse, di abbandonare il cantiere, sono state il monitoraggio degli agenti inquinanti presenti e la caratterizzazione di manufatti e terreni, in parte, ancora oggi, inevase.
Contemporaneamente era stata sollevata la questione della poca chiarezza sulle regole e sulla loro interpretazione, elementi fondamentali per passare alla fase operativa vera e propria.
Nel frattempo il Coordinamento aveva suggerito il coinvolgimento di un architetto di chiara fama, esperto sul tema della riqualificazione di un’area portuale e capace di valorizzare con tale intervento progettuale il water-front urbano e l’immagine complessiva della città, garantendo una progettazione di altissima qualità. Era stato avanzato il nome dell’architetto Renzo Piano di Genova, condiviso da tutti ma successivamente contattato dalla sola Proprietà privata, senza alcuna rappresentanza istituzionale e politica della comunità cittadina. Inoltre si chiedeva che la Commissione Urbanistica aperta esprimesse una sua rappresentanza, con competenze professionali specifiche, che presenziasse al tavolo tecnico, sul quale l’Amministrazione comunale e i tecnici dei Privati coinvolti, avrebbero affiancato il lavoro del progettista incaricato.
Infine il Coordinamento aveva sollecitato l’attivazione di processi partecipativi di pianificazione con l’ausilio di un facilitatore esperto o di un tecnico di garanzia e, soprattutto, l’estensione della stessa pianificazione all’intera area portuale (contestualmente alla redazione del nuovo Piano Regolatore Generale del porto di Monopoli). Nulla di tutto ciò è stato fatto in questi lunghi mesi.

Nonostante il rigore delle considerazioni esposte nel documento tecnico consegnato in Consiglio Comunale lo scorso 4 agosto, in cui si evidenziavano le criticità degli argomenti sopramenzionati, quando, dopo 7 mesi, è stata finalmente convocata la I Commissione consiliare urbanistica aperta non viene affrontato nessuno dei problemi sollevati, anzi, non viene detto assolutamente niente di nuovo. Peggio. Da un lato si difende la scellerata scelta della Proprietà privata di aver fatto ripartire i lavori di demolizione in assenza della centralina di monitoraggio (installata dall’Arpa all’inizio dell’estate e spostata qualche settimana fa a Gravina in Puglia per necessità di servizio). Si rifiuta la richiesta del Coordinamento, dei Consiglieri comunali del NCD (Angela Pennetti e Giovanni Palmisano) e del Consigliere comunale di “Manisporche” (Angelo Papio) di sospendere i lavori in attesa della reinstallazione di una efficiente centralina di monitoraggio delle polveri.

Tanto premesso il Coordinamento Cittadino, al fine di poter proseguire nella partecipazione ai lavori della I Commissione urbanistica aperta chiede il rispetto delle seguenti condizioni:

1. Immediata sospensione dei lavori di demolizione nell’area SoleMare fino alla ricolloca-zione della centralina di monitoraggio (da 2 mesi i lavori sono ripresi senza alcun controllo).

2. Designazione di un Segretario che garantisca:

la puntuale verbalizzazione degli incontri, con successiva pubblicazione sul sito web istituzionale del Comune;

la necessaria estensione degli inviti, oltre alle realtà di cittadinanza attiva (il cui elenco sarà fornito qui in allegato), alle diverse proprietà private presenti nell’area in esame, all’Autorità Portuale del Levante, all’Ufficio Regionale del Demanio, alla Capitaneria di Porto, alla Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici, all’Ufficio della Dogana, alle Utenze portuali (Armatori, Cooperative di pescatori, Cantieri navali, Circoli sportivi, Circoli nautici), alle varie realtà imprenditoriali presenti nell’area (Concessionari di aree demaniali, Esercizi commerciali, Distributori di carburante), alle Associazioni di Categoria cittadine, alle Organizzazioni studentesche e sindacali;

la raccolta delle richieste emerse durante gli incontri e il conseguente reperimento dei documenti o, se necessario, il coinvolgimento diretto dei Dirigenti di competenza.

3. Nomina di un Facilitatore professionista che coadiuvi il percorso partecipativo almeno nella sua fase di avviamento secondo metodologie normate e sperimentate.

4. Costituzione di un Tavolo Tecnico, che dovrà affiancare il professionista incaricato della progettazione generale, al quale sia presente, insieme a Comune, Utenze, Demanio, Autorità Portuale e Proprietari delle aree coinvolte, anche una Rappresentanza tecnica di tutte le altre realtà cittadine (Associazioni, Categorie lavoro, Studenti, Sindacati) presenti nella I Commissione consiliare urbanistica aperta.

Monopoli, 12 novembre 2014

Il Coordinamento Cittadino
delle Associazioni, dei Comitati, dei Movimenti
ed esponenti di Forze politiche di opposizione

segreteria operativa: antonio amodio – aman1410@live.it – tel. 3887402076

Di seguito i link del documento in tre parti, relativo alla manifestazione del 9 maggio 2014

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https://terradegnazia.wordpress.com/2014/05/21/monopoli-area-ex-cementeria-i-parte/

https://terradegnazia.wordpress.com/2014/05/

https://terradegnazia.wordpress.com/2014/06/

Area Ex Cementeria Monopoli Comunicato Stampa del 04/08/2014 del coordinamento cittadino di associazioni, movimenti e forze politiche di opposizione.

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COMUNICATO STAMPA (del 04.08.2014)
Il Coordinamento Cittadino delle Associazioni, dei Comitati, dei Movimenti ed esponenti di Forze politiche di opposizione di Monopoli, alla luce di quanto emerso nell’incontro pubblico sul “Nodo Cementeria”, svoltosi il 9 maggio scorso presso l’Auditorio di Musica d’Attracco, considerato che la I Commissione Urbanistica aperta non è stata più convocata dal 21 marzo scorso e nel contempo si è avuta notizia dalla Stampa dell’iniziale accettazione e successivo rifiuto dell’architetto Renzo Piano a progettare il Master Plan dell’Area Portuale di Monopoli, senza peraltro averne avuto alcuna comunicazione ufficiale, ha chiesto a un gruppo di professionisti di approntare una sintesi delle problematiche emerse intorno all’area interessata. Il documento allegato è il risultato di questo impegno assolto e il Coordinamento, nel presentarlo pubblicamente, lo sottoscrive facendolo proprio e sulla base di esso si riserva di chiarire, approfondire ed eventualmente riconsiderare la sua posizione e il suo ruolo al Tavolo della I Comissione Consiliare Urbanistica aperta.

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segreteria operativa: antonio amodio – aman1410@live.it – tel. 3887402076

RICOSTRUZIONE STORICA E CONSIDERAZIONI TECNICO-PROFESSIONALI
SULLA VICENDA DELL’EX CEMENTERIA E DELL’INTERA AREA PORTUALE

I dubbi interpretativi sulle norme relative all’area portuale di Monopoli

Il PUG adottato il 22 dicembre 2007 prevedeva per l’ambito portuale P1, indici urbanistici e diritti edificatori solo per l’area a monte di via Nazario Sauro, quella definita “di riqualificazione”, in ragione di un indice di 0,90 mq di superficie costruita per ogni metro quadrato di area. In alternativa, la norma permetteva la demolizione e ricostruzione della volumetria esistente nella sola area di riqualificazione, qualora questa avesse superato i diritti edificatori calcolati sulla base dell’indice, eventualità che tuttavia nella fattispecie non si verificava. In pillole, poiché la superficie dell’area di riqualificazione era pari a circa 37.000 mq, ne derivavano diritti edificatori per circa 33.000 mq di cui circa 10.000 per uso residenziale e 23.000 per terziario.
A marzo del 2009, poco prima di discutere le osservazioni al PUG, veniva assentita una variante con cui si approvava in maniera definitiva la lottizzazione SICIE, in seguito alle decisioni del Consiglio di Stato. Pertanto la superficie dell’area di riqualificazione si riduceva a 14.000 mq in quanto veniva sottratta una superficie pari a 23.500 mq. Quindi i diritti edificatori diventavano circa 13.000 mq di cui 4.000 residenziali e 9.000 commerciali.
Il PUG adottato il 22 dicembre 2007 non assegnava un indice edificatorio all’area per attività portuali, quella posta a valle di via Nazario Sauro e occupata dai fabbricati del Cementificio, in quanto questa superficie doveva essere ceduta al Comune. Tantomeno era prevista la possibilità di beneficiare della volumetria esistente, quasi per intero di tipo produttivo-industriale, per trasformarla in superficie costruita residenziale o terziaria.
Con l’approvazione delle osservazioni al PUG nel luglio 2009, tutto cambia, poiché la radicale modifica strutturale dell’articolo 26 del PUG Programmatico, produce conseguenze molto rilevanti in termini quantitativi.
Difatti l’indice urbanistico di 0,90 mq/mq previsto nel PUG adottato, viene suddiviso attribuendo lo 0,70 all’area di riqualificazione (a monte di via Nazario Sauro) e lo 0,20 all’area destinata ad attività portuali (a valle di via Nazario Sauro), stabilendo destinazioni diverse per i due ambiti ed aumentando al 40% la quota residenziale.
Ma un passaggio aggiunto nel testo della norma avrà come conseguenza l’aumento a dismisura dei diritti edificatori. Difatti l’art. 26, comma 6, stabilisce che il proprietario dell’area di riqualificazione possa optare per l’indice urbanistico di 0,70 oppure per la volumetria esistente nell’intero ambito portuale, dunque anche nell’area per attività portuali posta a valle di via N.Sauro. In buona sostanza questa piccola modifica consente di utilizzare – come base del conteggio dell’edilizia da costruire – tutta la volumetria esistente nell’ex Cementificio.
La stessa possibilità non viene contemplata per quelle proprietà che, come l’oleificio Marasciulo, insistono solamente nell’area per attività portuali. Eppure, nonostante tale stortura, la Giunta Comunale nel giugno 2012 ha approvato uno Schema d’Assetto – proposto dall’Italcementi – nel quale, contravvenendo alla norma testè citata, si riconosce anche all’oleificio Marasciulo, il diritto di demolire e ricostruire la volumetria dei fabbricati oggi esistenti nell’area per attività portuali.
In conclusione: attraverso le “osservazioni al Piano” si è compiuta una moltiplicazione delle superfici edificabili che sono così passate da 13.000 mq a 51.000 mq, introducendo, tra l’altro, una disparità di trattamento tra i due principali proprietari delle aree private dell’ambito portuale P1. Disparità che dovrà pur essere risolta nello spirito perequativo, ovvero di equa distribuzione di oneri e onori tra i proprietari di aree contermini, che caratterizza il PUG di Monopoli sin dai suoi principi basilari.

Ogni intervento urbanistico deve essere eseguito solo dopo un adeguato Schemad’Assetto Partecipato, d’iniziativa pubblica e approvato in Consiglio Comunale

Indipendentemente da questa situazione amministrativa, con le quantità edificabili cresciute a dismisura, occorre definire collegialmente i termini e le condizioni del processo decisionale che porterà alla costruzione di un importante pezzo di città, perseguendo gli obiettivi della massima trasparenza, condivisione e qualità.
Lo “schema di assetto” della zona P1 deve definire obiettivi strategici e contenuti progettuali tali da delineare in maniera chiara e comprensibile quale debba essere la configurazione fisica dell’insediamento conseguente alla trasformazione urbanistica, quale il suo ruolo nello scenario dell’intera città e nel corso dei prossimi decenni, quali nuove polarità funzionali esso si candiderebbe ad ospitare, quali centralità riuscirebbe a generare.
Lo schema di assetto, quindi, non può essere inteso solo come lo strumento attraverso cui dimostrare il corretto inserimento delle volumetrie private nell’area di studio e, ancor meno, giustificare le scelte progettuali in funzione di tali volumetrie (si pensi in particolare alle ipotesi di deviazione dell’asse di via Nazario Sauro formulate nello schema di assetto proposto dall’Italcementi nel 2011, determinate unicamente dalla necessità di dare sufficiente spazio ai volumi di proprietà privata).
Lo schema di assetto, al contrario di quanto sino ad oggi si è visto, deve essenzialmente definire la parte pubblica – nelle sue forme e funzioni – e come essa si relazioni alla parte privata; deve “spiegare” i nessi di relazione con il porto e le sue utenze, con la città, con la struttura urbana, con l’assetto morfologico, con le altre polarità funzionali, con l’impianto stradale, con il sistema della mobilità. Occorre guardare al breve e al medio-lungo termine, allo stato attuale e alle prospettive di sviluppo delineate nel PUG, con riferimento anche alle ulteriori previsioni progettuali definite lungo la costa nord-occidentale e inquadrate negli altri ambiti portuali P2 e P3.
Per le stesse ragioni, è indispensabile che lo “schema di assetto” sia coordinato
dall’Amministrazione Comunale – in quanto garante dell’interesse pubblico – e condiviso, nella discussione, con l’intera città. La rilevanza strategica dell’area interessata impone il più ampio coinvolgimento della popolazione con forme e modi che consentano la massima partecipazione della gente (con la formula, per esempio, di una Commissione Consiliare urbanistica aperta a tutte le realtà associative, culturali politiche e di categoria interessate, che svolga davvero in modo sostanziale ed efficace la sua funzione). L’iter progettuale, poi, deve passare attraverso un tavolo tecnico attorno al quale possano interfacciarsi i professionisti incaricati, i tecnici comunali dell’Ufficio di Piano e una rappresentanza degli organismi di cittadinanza attiva. La sua approvazione, infine, indipendentemente dalle procedure di legge in vigore, deve avvenire in Consiglio Comunale, luogo deputato a rappresentare la totalità della popolazione.

Qualità del paesaggio urbano e qualità dell’architettura.                            Soddisfare i legittimi interessi individuali in un quadro progettuale ampio, di alta qualità, che parta dagli interessi collettivi

Viste l’importante dimensione e la posizione strategica dell’ambito portuale in relazione al tessuto della nostra città, riteniamo decisivo, per il destino dell’identità di Monopoli, che la sua progettazione venga improntata ad obiettivi imprescindibili di alta qualità del disegno urbano e delle architetture.
Come misurare o definire la qualità di un progetto urbano o di architettura? Non è una materia in cui valgano formule precostituite e nel dibattito corrente gli argomenti possono portare in direzioni opposte. Ma un concetto che potrebbe forse definire la buona qualità di un progetto raccogliendo più adesioni che contrasti, è quello di adeguatezza.
Un buon progetto non è pretenzioso né sciatto, non è al di sopra o al di sotto delle righe ma cerca di essere adeguato alla circostanza in cui si genera e prende forma. Una circostanza che va considerata tutta assieme nei suoi diversi aspetti dell’economia, delle risorse, dell’etica, dell’estetica. Un buon progetto risponde in maniera adeguata alle aspirazioni di una comunità consapevole, cerca e trova corrispondenza con quanto la realtà richiede ed è sempre il frutto di una adeguata meditazione sui principi e sulle ragioni che lo sorreggono, condizione che lo pone al di sopra e al di là delle mode e delle forme espressive che si susseguono nel corso del tempo.
Monopoli vanta un impianto medievale e uno ottocentesco nobili e ben sposati tra loro, che hanno generato un disegno urbano in cui, a distanza di due secoli, la città ancora si riflette e si identifica. Abbiamo poi prodotto, in anni recenti, pessimi esempi di urbanistica “zigzagante”, conformata alla logica particellare e individualistica del prevaricante interesse privato. Esempi nei quali non sono leggibili, se non in piccole e sporadiche tracce, un disegno organico e complessivo della città moderna e una ragione condivisa della città stessa. Così la città offre di sé, ai suoi cittadini e a chi la conosce solo di passaggio, un’immagine duplice: ai nuclei storici fortemente riconoscibili nella loro identità, si giustappone una città sconnessa e senza connotati.
Se, come crediamo, per le città italiane e per Monopoli si apre nell’immediato futuro uno scenario di ristrutturazione urbana e di ripensamento sugli errori passati, questa occasione epocale non può essere trascurata e lasciata pascolare in un consueto processo decisionale di routine, ma deve diventare un germe di buone pratiche amministrative e un momento di riqualificazione urbana capace di irradiare effetti benefici al suo intorno.
Occorre riprendere a progettare la città partendo dalla forma dello spazio pubblico e dalla consapevolezza che una logica comunitaria debba tornare a sovrintendere alle trasformazioni urbane. Occorre riportare in primo piano il concetto di costruzione della città come fatto di interesse collettivo, condiviso tanto dagli operatori quanto dai semplici utenti; prodotto dell’ingegno in cui i cittadini si riconoscano e i visitatori riconoscano l’animo dei cittadini.

Il progetto della città e la forma dello spazio pubblico

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In sintesi, le recenti modifiche alle norme, successive all’adozione del Pug, hanno prodotto un consistente incremento di superfici edificabili nell’area di riqualificazione portuale, con conseguente oggettiva difficoltà di allocazione dei volumi.
Un approccio moderno, nello spirito dettato dall’attuale legislazione della Regione Puglia, impone un autentico percorso partecipato della città alle diverse fasi della pianificazione, con un’efficace strutturazione dell’organismo di coordinamento, che deve collaborare alla progettazione delle aree strategiche e contribuire alla riqualificazione dell’intero paesaggio urbano, interfacciandosi con un vero e proprio Ufficio di Pianificazione Integrata.
Il criterio di “adeguatezza” aiuta a definire e misurare la qualità di un progetto urbano o architettonico e consente a un’intera comunità di coadiuvare, se non condurre, processi complessi di trasformazione urbana condivisi ed esteticamente pregnanti.

Monopoli, 31 luglio 2014

Il Coordinamento Cittadino delle Associazioni, dei Comitati, dei Movimenti ed esponenti di Forze politiche di opposizione di Monopoli.

Il Territorio del Popolo Sovrano

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di Giambattista Giannoccaro

La vicenda del progetto da 70 mln di euro del resort a 5 stelle di Nardò (il caso Deighton in Salento ), che in questi giorni suscita scalpore, per la bocciatura del progetto da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali e Paesaggio e della Regione Puglia, (il Governo Italiano minaccia di occuparsi direttamente della questione), anche se ha già avuto chiare risposte da parte del presidente Vendola e dell’assessore Angela Barbanente, a mio giudizio ha bisogno di un commento più approfondito di quanto i media si sono limitati a fare. Il popolo pugliese, quello attento, non indifferente, attivo nella salvaguardia del territorio per uno sviluppo reale, condiviso e di lunga durata, è in grado di argomentare sulla vicenda ma soprattutto vuole sviscerare i motivi reali che stanno portando l’Italia ed in particolare la Puglia a diventare terra di conquista e soprattutto quali mezzi abbiamo per limitare i danni già perpetrati.

Il 12 settembre presso il Giardino dei Limoni di San Benedetto, a Conversano, dove si è tenuta la 10^ edizione di Lectorinfabula, dall’ 11 al 14 settembre, si è svolta una conversazione moderata da Oscar Buonamano, con Vezio De Lucia e Marica Di Pierri. Vezio De Lucia ha ricordato, per chi lo avesse dimenticato, che in Puglia è stato adottato un Piano Paesaggistico, che ha grande valore strategico per lo sviluppo pugliese ma bisogna seguire le sue regole e che, tra l’altro, è stato redatto secondo il “Codice dei beni culturali e del paesaggio”. Successivamente, rispondendo alla domanda del moderatore su “chi si deve occupare della difesa del territorio” De Lucia risponde: l’articolo 9 della Costituzione italiana svolge ampiamente questa funzione.

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“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”

tutto ciò ha un unico valore fondante: l’interesse collettivo.

Come dimostra Paolo Maddalena, nel suo Libro “Il Territorio Bene comune degli Italiani”   estremamente importante “distinguere  la proprietà comune o collettiva che ha il suo fondamento nella “sovranità” , dalla proprietà privata che ha il suo fondamento nella legge,” ristabilendo un equilibrio che negli ultimi decenni di storia italiana è stato tutto sbilanciato a favore della proprietà privata.

E’ necessario fare un breve excursus sulle vicende urbanistiche più importanti, non solo degli ultimi anni, per cercare di capire come sono andate le cose e soprattutto quanto altro si sta facendo per finire di spingere l’Italia nel più breve tempo possibile alla sua morte, in tutti i sensi.

Nel 1963, vi fu il primo tentativo di Riforma Urbanistica alla legge urbanistica del 1942 (tutt’ora in vigore), che cercò di salvaguardare il diritto alla casa abbattendo i costi dovuti alla rendita fondiaria, in cui si prevedeva l’obbligo per i comuni di acquistare i terreni, secondo il loro valore agricolo, compresi nella zona da urbanizzare, di procedere in un secondo momento all’urbanizzazione e di vendere poi ai costruttori, a prezzi ragionevoli, il diritto di superficie per un determinato numero di anni. La legge venne bocciata dalla stessa Democrazia Cristiana, partito in cui era parte attiva nella corrente di sinistra, l’onorevole Fiorentino Sullo, ispiratore della riforma, spinta dalle lobby degli speculatori edilizi e sostenuta dai partiti di destra.

Nel 1977 con la Legge Bucalossi, meno ambiziosa ma sicuramente positiva, il “potere” del “ius aedificandi” venne spostato alla Pubblica amministrazione, non come una facoltà insita nel diritto di proprietà privata, allora non si parlava di “licenza” ma di “concessione edilizia”. Già era un buon passo avanti. Tutto però venne rimescolato purtroppo grazie alla stessa Corte Costituzionale che qualche anno dopo, stranamente, con sentenza n°5 1980 considerò il ius aedificandi inerente al diritto di proprietà privata che fece si che s’introducesse nel Testo Unico per l’Edilizia (d.p.r. 2001 n°380) la dicitura “permesso di costruire”. Si fini così per consegnare definitivamente nelle mani dei palazzinari i terreni agricoli, i beni artistici e storici dando maggior rilievo al diritto di proprietà privata, anziché opporre l’esistenza, costituzionalmente convalidata, di un “diritto di proprietà o super proprietà” del popolo sul territorio.

E’ necessario, spiega ancora Paolo Maddalena, far capire che la tutela del paesaggio, dei beni culturali, ecc., non costituisce assolutamente un limite alla proprietà privata, ma è espressione di una tutela diretta da parte dell’ordinamento giuridico di beni che appartengono al popolo a titolo di sovranità, mentre invece è la proprietà privata che costituisce un limite al diritto di proprietà collettiva del popolo sul territorio, in quanto la proprietà privata individuale deve assicurare la “funzione sociale” del bene che si ha in proprietà e non può essere in contrasto con l’utilità sociale o arrecare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana. (art 41 e 42 della vigente Costituzione Italiana) In sostanza “funzione sociale” e “utilità sociale” non si perseguono con la distruzione del paesaggio o del patrimonio storico ed artistico della nazione.

Contestualmente il già citato Testo Unico per l’Edilizia, ha ulteriormente aggravato la condizione delle nostre città a causa dell’abrogato art. 12 della legge 10 1977 (Bucalossi) secondo cui:

“i proventi da oneri di urbanizzazione dovevano obbligatoriamente essere utilizzati dai Comuni per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria, il risanamento dei complessi edilizi compresi nei centri storici, le spese di manutenzione ordinaria del patrimonio comunale. E’ successo che con l’abrogazione di detto principio i comuni si sono sentiti liberi di impiegare dette entrate anche per le spese correnti, ed essendo queste ultime sempre crescenti, hanno cominciato ad allentare la guardia sulle autorizzazioni a costruire, o peggio a stimolare l’invasione del territorio, modificando piani regolatori, concedendo eccezioni e deroghe, chiudendo un occhio e più spesso entrambi, ed il fatto peggiore è che essendo diventati gli oneri di urbanizzazione un introito dal quale si aveva bisogno anno per anno, i comuni hanno accresciuto il numero delle costruzioni, allentando i controlli, cannibalizzando il territorio.” (Salvatore Settis)

In questi giorni sta per aggiungersi la proposta di legge Lupi:

Riforma Lupi art.8

«Il governo del territorio è regolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata […] e il suo godimento».

“Per Lupi infatti urbanistica coincide con edilizia e la riforma è dunque finalizzata a trovare linfa per il settore immobiliare, stagnante. La soluzione è semplice: rendere virtualmente edificabile l’intera penisola, per rafforzare la rendita fondiaria attraverso l’istituzione dei diritti edificatori «trasferibili e utilizzabili […] tra aree di proprietà pubblica e privata, e liberamente commerciabili» (art. 12). Il «registro dei diritti edificatori» sancisce la finanziarizzazione della disciplina: si profila uno scenario di urbanistica drogata, dove perequazione, compensazione, premialità ed esproprio (sì, esproprio, cfr. art. 11, c. 2) sono ripagati con titoli tossici come in un gioco di borsa. Tutto il contrario della pianificazione.

La proposta legislativa fluttua nel completo distacco dalla concretezza fisica del territorio e dell’ambiente urbano che tenta di governare; lo slittamento dall’oggetto della pianificazione (città e territorio) alle procedure, genera, in sede di presentazione, affermazioni eversive disciplinarmente, politicamente e socialmente, tra cui spicca, per duplice grossolana aporia, «la fiscalità immobiliare come leva flessibile [sic] del governo del territorio». Ma lungo l’articolato trapela la vera passione del ministro: le grandi opere. L’istituenda DQT, Direttiva Quadro Territoriale, quinquennale e direttamente approvata dal presidente del consiglio dei ministri (art. 5), è configurata come un piano nazionale delle infrastrutture (affinché non ci si debba più confrontare con ponti sullo Stretto «proclamati e mai realizzati») che sovverte l’ordine delle cose, subordinando il paesaggio al governo del territorio, in contrasto col Codice dei beni culturali.”

di Ilaria Agostini

( http://altracitta.org/2014/08/04/urbanistica-tossica-lupi-sulla-citta-e-la-vostra-casa-si-deprezza/ )

E’ di oggi la dichiarazione a “Il Fatto Quotidiano” dell’ex Ministro Bray contro il taglio dei fondi al Ministero dei Beni Culturali:

“Tutelare il nostro immenso patrimonio artistico è un dovere”. Parla l’ex ministro della Cultura e ora direttore editoriale dell’Enciclopedia Treccani, Massimo Bray (Pd), intervenendo alla festa del Fatto Quotidiano in corso a Roma (13 e 14settembre – Isola Tiberina) durante il dibattito “Beni e mali culturali italiani” con Antonello Caporale (il Fatto Quotidiano), Rita Paris (Direttore Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma), Anna Maria Bianchi (regista) e Tomaso Montanari (storico dell’arte e blogger de ilfattoquotidiano.it). Il predecessore del ministro Dario Franceschini è critico nei confronti del piano del governo Renzi che prevede il taglio del 3% ai ministeri. “Credo – dice Bray – che non si può rispettare l’articolo 9 della Costituzione riducendo le risorse, già scarse, al ministero dei Beni culturali. Risorse che andrebbero, invece, aumentate. E’ necessario acquisire maggiore consapevolezza del valore del nostro patrimonio e cambiare le politiche nei confronti della nostra ricchezza storica”

di Annalisa Ausilio

( http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/09/14/beni-culturali-bray-tagliare-fondi-al-ministero-e-contro-costituzione/296457/ )